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A Ravenna la sorpresa si chiama Uwe Boll

Scritto da on venerdì, 29 ottobre 2010No Comment

A questo punto porsi la domanda è lecito: trovare del buono in un film di Uwe Boll, considerato da alcuni il peggior regista del pianeta, rappresenta ancora una provocazione? Secondo chi scrive i tempi per una rivalutazione, senz’altro cauta, magari parziale, sono maturi da un pezzo. E’ indubbio che il film-maker teutonico attivissimo in America ne abbia combinate di cotte e di crude, per farsi sfottere fino a questo punto. Sono suoi, per chi non lo sapesse o se ne fosse dimenticato, prodotti fracassoni, pacchiani sia a livello di effetti speciali che a livello narrativo, come Alone in the Dark o come l’epico (si fa per dire) In the Name of the King, quasi la versione tamarra de “Il Signore degli anelli”. Ma il 2007 non è stato soltanto l’anno del suddetto In the Name of the King, è stato anche l’anno di Seed e Postal, film che per motivi (solo in parte) differenti seppero creare in noi qualche entusiasmo.

Il regista tedesco Uwe Boll

In particolare “Seed”, vicenda di uno spietato serial killer raccontata con toni iperbolici e grotteschi, è un’opera profondamente disturbante che tra l’altro venne presentata pochi anni fa proprio a Ravenna. Ed è sempre al Ravenna Nightmare che abbiamo potuto apprezzare, questa settimana, un altro apologo crudo e spiazzante sul ruolo della violenza nella moderna società occidentale: con Rampage è un giovane insospettabile, figlio di famiglia benestante, a trasformare la città di Vancouver nel palcoscenico di un massacro senza precedenti, dopo essersi procurato un rivestimento protettivo in kevlar, un casco minaccioso e tante, tante armi. In un giorno di ordinaria follia lo vediamo dar via alla mattanza, per poi far perdere le sue tracce. Le uccisioni a catena di cui si macchia sembrano fare il verso a quei casi di cronaca già rappresentati sul grande schermo, degnamente e soprattutto problematicamente, da registi come Michael Moore (Bowling a columbine, 2002) e Gus Van Sant (Elephant, 2003), ma il punto di vista di Boll non è necessariamente affine a quello di chi lo ha preceduto.

Con una certa malizia il cineasta tedesco tenta di mescolare il ritmo adrenalinico dell’azione, evidente soprattutto nella seconda parte, con uno sguardo impietoso sulle motivazioni ciniche e fascistoidi del protagonista, un disadattato pronto a far ricadere la responsabilità delle sue azioni su qualche attivista radicale scettico verso la società dei consumi. Ma se questo livello di critica sociale stenta ad imporsi, in quanto grezzo e appena sviluppato, rimane l’impronta beffarda di alcune scene a garantire la sincerità dell’ispirazione: su tutte quella in cui il folle rimane allibito di fronte alla gente raccolta passivamente in una sala bingo, rinunciando a sterminarla, quasi fosse già morta. L’incipit di tale sequenza è anche uno dei rari momenti in cui Boll rinuncia al movimento vorticoso della macchina a mano, a tratti ben studiato, ma capace a lungo andare di produrre nausea e giramenti di testa in chiunque; persino in quegli spettatori abituati a prendere l’aliscafo che collega Napoli a Procida, per non parlare dei traghetti, ancor più vetusti, diretti da Brindisi a Patrasso. Nota di merito, infine, per il giovane e lanciatissimo attore canadese Brendan Fletcher, qui protagonista credibile, ma già apprezzato in alcune delle precedenti apparizioni, particolarmente significativa quella in Tideland di Terry Gilliam.

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