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Destinazione: Paradiso

Scritto da on martedì, 20 dicembre 2011No Comment

Lost Paradise, il Paradiso perduto.  Muovendo i propri passi da uno storico pub che non esiste più, per l’appunto il “Paradiso”, questo giovane cineasta italiano trasferitosi da tempo nell’Ulster ha dimostrato una grazia notevole, nell’inserirsi e nel descrivere realtà difficili come il “Fountain”: circondato da quartieri a maggioranza cattolica, trattasi di  un piccolissimo e ovviamente blindato agglomerato di case abitato invece da lealisti protestanti,  in una Derry la cui storia recente ha visto sempre in primo piano il duro e sanguinoso contrapporsi delle due fazioni. Il gioco di Alessandro Negrini è quindi scoperto. Laddove la Storia e certi sordidi interessi politico-religiosi  hanno creato divisione, sofferenza, incomunicabilità, il suo documentario parte invece alla ricerca di elementi unificanti, che possano contribuire all’abbattimento di barriere urbanistiche e, soprattutto, mentali. Questi elementi sono in primo luogo la musica, e il ballo. Tra simpatiche vecchine che dichiarano ogni 5 secondi il proprio amore incondizionato per il tango, suadenti ballads composte ed eseguite alla chitarra da un eccentrico cantautore auto-incaricatosi  di essere “coscienza storica” del Fountain, vecchie sale da ballo che prima dell’inasprirsi del conflitto erano frequentate sia da cattolici che da protestanti, comincia a delinearsi l’eventualità  che proprio l’organizzare un grande evento musicale nella più nota ballroom del quartiere possa contribuire a tenere aperto il dialogo tra le due parti. Tra immagini di repertorio e incontri sempre molto genuini con i musicisti e con gli abitanti della zona, Paradiso si propone quasi come un Buena Vista Social Club in salsa nord-irlandese, forse un po’ sbrigativo nel tratteggiare il background storico-politico della regione, ma capace di sviluppare bene qualche altra esigenza; da un lato emergono il ruolo del ricordo e lo sguardo fresco, luminoso su una terza età più arzilla che mai;  e per il resto si fanno apprezzare il brio e il calore umano di un documentario musicale, che attraverso l’arte e la cultura ipotizza un riavvicinarsi tra persone tenute lontane fino ad oggi da biechi condizionamenti ideologici, il che rappresenta senz’altro un buon antidoto alla politica dei muri e degli odi fomentati per sostenere i privilegi di pochi.

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