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La Giustizia privata del cinema americano

Scritto da on lunedì, 6 settembre 2010No Comment

La locandina italiana di "Giustizia privata"

C’era una volta “Il giustiziere della notte”. Quanti ricordano Paul Kersey, l’implacabile vendicatore interpretato da Charles Bronson nella popolare saga cinematografica inaugurata a metà anni ’70? Sicuramente parecchi. Allo stesso modo siamo pronti a scommettere che gli spettatori in cerca di emozioni forti, quelle assicurate da un certo filone del cinema stelle e strisce, non avrebbero grossi problemi ad individuare tutti quei titoli e personaggi, impersonati magari dallo Stallone o dallo Schwarzenegger di turno, che nel corso degli anni hanno dato voce al senso di frustrazione e al desiderio di giustizia sommaria del pubblico. Americano e non. Ma con “Giustizia privata” del regista afro-americano F. Gary Gray (autore in precedenza di adrenalinici action movies come “The Italian Job” e “Il negoziatore”) siamo già andati oltre. 

Lo spietato, inarrestabile Clyde Shelton (Gerard Butler), agente a riposo della CIA cui vengono massacrati praticamente sotto gli occhi moglie e figlioletta, riprende la galleria di personaggi ai quali facevamo riferimento, aggiungendovi un tocco di sadismo dai contorni sostanzialmente inediti. Sì, perché nel frattempo la rappresentazione della violenza in certo cinema americano è andata incontro a modalità sempre più esplicite, mutuate in qualche modo da altri generi come l’horror. Se prima vi era qualche restrizione al desiderio più o meno recondito del pubblico di assistere a punizioni esemplari, per coloro che sul grande schermo si macchiano dei peggiori crimini, adesso c’è meno spazio per la fantasia, anzi, si tende ad indulgere proprio sui particolari più truculenti. Lo schema classico del thriller arriva così a contaminarsi, almeno in parte, con le consuetudini del “torture porn”, ovvero con quelle pellicole come “Hostel” di Eli Roth o “Saw – L’enigmista” in cui personaggi ridotti all’impotenza subiscono sevizie di ogni tipo.

Nella fattispecie vedremo come il “buon” Shelton, annichilito dall’uccisione dei propri cari, mediti una vendetta da brividi nei confronti dei due cinici malviventi, cui spetterà una sorte davvero atroce. Ma l’ex agente speciale non si limiterà a questo. Incavolato nero per le storture del sistema giudiziario, che avevano consentito a uno dei criminali di farla franca, prenderà di mira anche i rappresentanti più marci di quel mondo, almeno secondo la sua ottica: giudici, avvocati, guardie carcerarie. Così da impartire una “lezione morale” pure al legale incaricato del caso, Nick Rice (Jamie Foxx), reo a suo avviso di aver patteggiato in tribunale con gli assassini, considerato quindi meritevole di sentirsi in colpa per le tremende conseguenze attribuibili, seppur indirettamente, alla propria decisione. Ma l’energico procuratore distrettuale non se ne starà certo a guardare, mentre l’altro tenta di portare a compimento il folle e diabolico piano…  

Si potrà certo sindacare sul giustizialismo di fondo del film, a tratti un po’ fastidioso, così come su certe esagerazioni del plot, che consentono all’antagonista Clyde Shelton di agire in modo spettacolare e iperbolico persino (e soprattutto) quando egli, di sua volontà, si ritrova nelle mani dalla polizia. Eppure, grazie al ritmo indiavolato dell’azione e a certe ingegnose soluzioni narrative, “Giustizia privata” sa come tenere inchiodato lo spettatore alla poltrona, forte anche di interpreti tosti come Gerard Butler (ormai lanciatissimo, dopo aver interpretato Leonida in “300”), Jamie Foxx e Colm Meaney, attore irlandese dai lineamenti spigolosi qui nei panni, a lui estremamente congegnali, del rude detective.

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