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Martin Provost parla del suo Seraphine, film presto in sala

Scritto da on giovedì, 21 Ottobre 2010No Comment

Martin Provost

Cinquantatre anni e tre lungometraggi all’attivo, il regista francese Martin Provost è sicuramente adesso nel momento di maggior notorietà. Il suo nuovo film, Seraphine, biografia della pittrice naif del primo novecento Seraphine de Senlis, ha sbancato i botteghini di Francia e ha avuto grande successo di critica in patria. Lo abbiamo incontrato a Roma dove ha presentato il film in conferenza stampa, anticipando qualcosa dell’uscita imminente nelle nostre sale dal 22 ottobre.

Come mai è stato così attratto dalla pittura e dalle vicende di un’artista come Seraphine de Senlis?

Tengo a precisare che la prima volta che sentii parlare di Seraphine, nel 2005, vidi alcune foto su internet e non mi innamorai certo della sua pittura. La pittura naif era un soggetto molto distante dai miei gusti. Ciò che invece mi appassionò, facendomi in seguito innamorare anche delle opere, fu la sua straordinaria biografia: una donna sul gradino più basso della scala sociale, una umile governante, che cerca con incredibile volontà di coltivare la sua passione nonostante l’assolutà povertà e i pregiudizi di chi le sta intorno, specie nella provincia francese. Mi ha interessato soprattutto il superamento dei tabù della sua epoca in un modo personale, la sua emancipazione, il suo essere in qualche modo figura rivoluzionaria.

In seguito ho letto anche la biografia di Wilhelm Uhde, il collezionista tedesco grande appassionato d’arte che, appunto s’invaghì delle opere di Seraphine, e per un certo periodo la finanziò e la fece conoscere al mondo. Mi piace pensare che il mio film sia la cronaca di un legame, non solo un biopic, un incontro umano non dettato da necessità utilitaristiche di due persone straordinarie.

Martin Provost e Yolande Moreau premiati in Francia

Seraphine è interpretata da una straordinaria Yolande Moreau, che peraltro sembra l’attrice del momento in Francia visto che è presente in molte pellicole recenti. Come avete lavorato sul personaggio?

Semplicemente ho raccontato a Yolande la storia di Seraphine e ha detto di sì. E’ stata fondamentale per la riuscita del film. Non solo sul set, ma anche in fase di sceneggiatura è sempre stata al mio fianco. Solo tempo dopo averla scelta, in una biblioteca ho trovato l’unico ritratto conosciuto di Seraphine, fatto da uno dei suoi vicini. La somiglianza era incredibile: era Yolande Moreau. Sul set poi è avvenuto l’ulteriore miracolo, il vero incontro tra una figura storica e un’attrice: Yolande non recita, incarna Seraphine. Non cedendo mai a sentimentalismi o isterie, spesso presenti quando si raccontano artisti tramite il cinema, la sua recitazione trattenuta libera un’energia poetica ed emotiva che diventa l’impronta del film stesso.

La sua regia ha molto rispetto dei personaggi, non sembra mai didascalica. Come si è trovato nel confrontarsi con una storia per certi versi anche tragica?

Mi sono soffermato più sulle conquiste di Seraphine, sulle sue vittorie, non adagiandomi né sul pietismo né sul sentimentalismo. Sì è vero che Seraphine è una delle tante vittime di un sistema psichiatrico che all’epoca era terrificante. Ed è giusto che si debba raccontare la sua reclusione negli ultimi anni di vita in manicomio. Ma anche qui ho voluto sottolineare l’aspetto più spirituale, poiché per Seraphine la follia ha rappresentato una sorta di rifugio nella società dove non si sentiva accettata. Lo stesso è per la pittura che rappresenta meglio di qualunque cosa il suo mondo interiore. Il suo rapporto con i soggetti floreali che dipinge ha sempre qualcosa di mistico, e per lei che si professa “mandata da Dio” è appunto la sua idea del divino. Ho voluto poi sempre alternare questo aspetto animista in lei, a immagini, descrizioni sempre profondamente realistiche. Mi sono messo sobriamente al servizio della storia senza soluzioni ad effetto, evitando toni e colori “caldi” nella scelta delle inquadrature.

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