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Qui non è il paradiso

Scritto da on martedì, 9 Novembre 2010No Comment

La regista danese Susanne Bier sa indubbiamente come colpire il cuore del grande pubblico, attitudine che le è valsa tra l’altro diversi premi, ed una candidatura all’Oscar per il miglior film straniero, nel 2007,  con il toccante Dopo il matrimonio. Questa sua predisposizione ha trovato conferma all’ultima edizione del Festival di Roma, dove il suo Hævnen – In a Better World (che uscirà in Italia col titolo In un mondo migliore) ha ottenuto il Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio e soprattutto il Premio Marc’Aurelio del Pubblico come Miglior Film, a dimostrazione che il suo feeling con la platea romana è rimasto intatto. Non così omogeneo, invece, il giudizio degli addetti ai lavori: la Bier ha senz’altro il merito di suscitare forti interrogativi etici con un cinema che amplifica a dismisura la dimensione melodrammatica, ma l’enfasi registica con cui si giunge a tutto ciò non è certo immune da pecche. 

"Hævnen – In a Better World"

Con Hævnen – In a Better World si ritorna, ad ogni modo, ad alcuni temi che sono decisamente nelle corde della cineasta danese. Uno di questi è il confronto, spesso crudele, tra i drammi famigliari, intimi, privati, che si consumano nella vecchia Europa, ed il proliferare di povertà, guerra ed orrori variamente assortiti nei paesi del Terzo Mondo. In Non desiderare la donna d’altri il termine di confronto era rappresentato dalla guerra in Afghanistan, in Dopo il matrimonio dal volontariato in India di uno dei protagonisti, qui invece è il personaggio di Anton, medico impegnato a salvare vite in un campo profughi africano sommerso dalle violenze, ad introdurre l’ormai consueto contrappunto. Quasi come se in ogni opera l’autrice volesse alludere, senza mezzi termini, al volto più sporco e oscuro della globalizzazione. Se l’impostazione caratteriale di Anton, quanto mai refrattario all’impulso di reagire con nuove violenze alla violenza cui assiste o di cui è vittima, rappresenta una delle polarità etiche del film, l’altra coincide col proverbiale “occhio per occhio, dente per dente”, ovvero con la volontà di contrapporre una vendetta immediata quale deterrente verso qualsiasi sopruso; ed è lo stesso figlioletto di Anton, il timido Elias, a farsi tentare da questa possibilità, risultando troppo spesso vittima del bullismo posto in atto dai suoi coetanei, in una cittadina danese tutt’altro che quieta. Ad instradarlo in tal senso è peraltro un secondo adolescente inquieto, il ribelle Cristian, che persa la madre per il cancro sembra faticare molto a ritrovare un dialogo col padre, a sua volta condizionato da un temperamento indeciso.

L'attore Ulrich Thomsen

Bullismo giovanile, crisi famigliari, echi di emergenze umanitarie sul martoriato suolo africano: c’è davvero tanta carne al fuoco nel film della Bier, forse troppa. La regista sa essere accattivante nell’orientare la narrazione e il linguaggio visivo del film verso toni molto accesi, sanguigni, emotivamente intensi, finendo però per andare spesso sopra le righe, specialmente nei dialoghi tra padri, figli, ed istitutori scolastici, con l’inettitudine di questi ultimi fin troppo esasperata. La visione di Hævnen – In a Better World non lascia pertanto indifferenti, anche per l’impegno profuso da attori carismatici come Ulrich Thomsen (già interprete di film come Festen, Le mele di Adamo, Il mistero dell’acqua e The International), ma rimane forte il sospetto che uno sguardo meno enfatico su determinate realtà, soprattutto quelle più problematiche, avrebbe giovato alla causa.

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