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Roma 2010-2020 nuovi modelli di trasformazione urbana tra archistar e concretezza.

Scritto da on venerdì, 9 aprile 2010No Comment

Nella seconda giornata del work shop “Roma 2010-2020, nuovi modelli di trasformazione urbana”,  quella dedicata alla periferie, la prima giornata, quella del 08.04, infatti è stata incentrata sul tema del riutilizzo delle  zone dimesse della parte storica della città, è scoppiata la polemica. Questa manifestazione, che si è svolta presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma,  ha avuto il piacere di ospitare, architetti di fama mondiali, solo nell’ultima giornata si sono annoverati personaggi come Santiago Calatrava, Massimiliano Fuksas, Zaha Hadid, Richard Meier e Renzo Piano, per citarne solo alcuni; tuttavia queste illustri presenze non sono riuscite a smorzare gli animi, anzi. Sarà che le opere di alcuni architetti, ormai nell’olimpo delle super star, mal si coniugano con il “degrado delle periferie”, sarà che le persone normali apprezzano di più un parco o il recupero reale di un’area dismessa che “un  modello narcisistico dell’architettura in cui continua a prevalere la propria opera e il proprio contenitore”; quest’ultima definizione nasce da una nota congiunta di Federico Mollicone,   presidente della Commissione Cultura, e Andrea De Priamo, membro della Commissione Urbanistica del Comune di Roma. Gli stessi continuano attaccando le “archistar” e ringraziando da una parte l’assessore ai Lavori Pubblici e alle Periferie, Fabrizio Ghera, che con il suo intervento ha riportato il tenore della conversazione ad una concretezza utile a rispettare le vere esigenze dei cittadini, l’unico motore che dovrebbe spingere e sostenere le future scelte in quest’ambito. Dall’altra gli architetti Krier e Calthorpe, che attraverso i loro interventi hanno riportato il dibattito sul futuro della Capitale su temi più concreti e utili, evitando improduttivi voli pindarici. Mollicone e De Priamo continuano  criticando duramente la passata amministrazione e accusandola di non aver pensato ad una città orizzontale e policentrica, ma di aver dato spazio a strutture verticali che non rispecchiavano in niente la tradizione architettonica della città, non erano “sostenibili” ed accentuavano il senso di periferia.  

 

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