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Sul futuro di Acea il PD Capitolino dice la sua

Scritto da on giovedì, 14 Ottobre 2010No Comment

Acea è, insieme alla Camera di Commercio, la roccaforte economica della capitale. Chi governa la città lo sa bene. E lo sa bene anche chi sta all’opposizione. Per questo oggi, alla Galleria Caetani a Piazza San Lorenzo in Lucina, il Partito Democratico romano ha tenuto un seminario d’approfondimento sul futuro dell’azienda.

Dopo l’introduzione di Mirko Coratti, è il capogruppo Umberto Marroni a prendere la parola che denuncia: “La mancanza dopo due anni e mezzo di un nuovo piano industriale, l’assenza di chiarezza sul futuro di Acea – primo player dell’acqua in Italia – e la confusione nel governo dell’azienda e nell’assetto del management sono responsabilità della giunta Alemanno. Per questo, dall’opposizione, il Pd ha depositato in queste ore, insieme agli altri gruppi di minoranza, la richiesta di un Consiglio straordinario al fine di rilanciare la più importante azienda romana”.

Non sono parole di rito: la società in questi due anni ha perso, e lo ha fatto pesantemente. Il bilancio del 2009 si è chiuso con un netto in negativo di 52,5mln di euro contro i 186mln di utili lasciati dalla gestione Mangoni. Quest’anno, fra l’altro, per la prima volta Acea non ha distribuito dividendi agli azionisti e questo per il comune di Roma – proprietario del 51% delle azioni – si è tradotto con un mancato introito in bilancio, introito che l’anno precedente era di circa 70mln di euro.

Numeri che pesano ancor di più se si pensa che, nello stesso anno, le multiutilities del nord chiudevano con risultati opposti: la lombarda A2A ascriveva in bilancio 80mln di utile; Enìa chiudeva il 2009 con un utile netto di 36mln; Hera vedeva accrescere i propri ricavi del 13,1% e il margine operativo lordo (MOL) crescere del 7,4%; mentre il MOL di Iride registrava un +5%.

Numeri che devono fare i conti con l’entrata in vigore – a torto o a ragione – del Decreto Ronchi. A partire dal 2013, infatti, le quotate – per mantenere le concessioni pubbliche – devono ridurre la partecipazione statale al 40% ed una ulteriore riduzione al 30% entro il 2015. Questo cambierà le strategie delle multiutilities per le concessioni dei servizi pubblici locali. I settori che la legge Ronchi apre a una maggiore partecipazione dei privati sono la raccolta rifiuti, l’energia da termovalorizzatori e l’idrico. Fra gli analisti c’è chi sostiene che, questa, è l’occasione per unire il potenziale di capitali privati con l’esperienza maturata negli anni dalle aziende municipalizzate.

Oggi si è parlato addirittura di decreto ideologico, mentre l’ad Marco Staderini – presente in sala – si affrettava a ricordare che il decreto segue quelle che sono le indicazioni comunitarie in materia.

Fatto sta che Acea ha la concessione per la distribuzione dell’acqua fino al 2032 e l’idrico è un treno da non perdere. Ergo: se il Decreto Ronchi resta invariato, bisognerà adattarsi. Il Partito Democratico si è detto pronto a portare avanti una battaglia per fare in modo che la società resti al 51% pubblica. Voci di corridoio vogliono che si stia concretamente cercando di mettere in piedi un fondo Anci, che andrebbe ad acquistare le azioni in eccesso, per far sì che dietro ad un capitale privato ci siano soggetti pubblici.

Il tema del partenariato è nodo cruciale da sciogliere. Fa notare Alfredo Ferrari, Vice Presidente della Commissione Bilancio: “Le multiutilities del nord hanno scommesso già sui partenariati, anche esteri: Hera ha trovato nella londinese Eiser il suo partner (si punta sul ciclo dei rifiuti); la Iren si è alleata con la F2i di Vito Gamberale, con l’ambizione di superare Acea nell’idrico e GdF nell’eolico nella penisola. Iren ha puntato anche i Balcani e l’Africa del Maghreb – mercato alla portata di Acea”.

Una linea gotica tracciata dalle aziende del nord che va superata. Continua Ferrari: “L’obiettivo è quello di creare un soggetto unico che,anche geograficamente, possa porsi come interlocutore privilegiato al sud – dove c’è la concorrenza di Acquedotto Pugliese – e al nord – dove l’azienda può piazzarsi per raggiungere anche i mercati d’oltralpe. Per questo bisogna puntare al consolidamento dei risultati di ATO2 (Lazio centrale), all’espansione degli ATO continui (Lazio ed Umbria) e al consolidamento e sviluppo delle attività in Toscana”.

Acea significa energia ed acqua. Può significare bolletta unica per i cittadini della capitale, se si riesce a portare a casa la gara per distribuzione del gas che Eni bandirà nel 2011. Ma significherà sempre più collaborazioni – in primis con i comuni limitrofi, come ricorda l’assessore provinciale Michele Civita – per lo smaltimento dei rifiuti e green economy, come ha illustrato Athos De Luca.

Certo è che bisogna metterci le mani. Si prenda l’esempio dell’acqua: se davvero la società vuole consolidare la propria posizione nazionale ed aprirsi ad orizzonti internazionali, deve risolvere il problema della frammentazione degli operatori, quello di investimenti non adeguati allo stato di obsolescenza delle infrastrutture e, necessariamente, accelerare il processo di ristrutturazione e riqualificazione per migliorare il servizio erogato.

Tutto questo, senza un piano industriale, non è ipotizzabile. Staderini, vuoi per cortesia o per reale intenzione, si è detto non lontano dalle linee proposte dal PD. L’unico nervo scoperto dell’ad è stato quello sulla nomina, che ormai aleggia, di un direttore generale che implementi il management aziendale.

Ma se davvero tutti tengono a questa azienda, così come dicono, c’è da chiedersi come sia stato possibile lasciare l’azienda allo sbando per due anni.

È difficile credere che il consiglio straordinario chiesto dal Partito Democratico scioglierà i dubbi.

È più credibile che la verità la detengano personalità che sono apparse assenti nel dibattito. Una su tutte, Caltagirone. Ma senza l’ufficialità delle carte e delle azioni, anche la migliore delle tesi rimane una supposizione.

di Donatella D’Acapito

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