Sono sul 19 – Piazza dei Gerani.Sono le 7 e 30.

Ho ancora gli occhi incollati, le palpebre sono abbracciate in un morboso bacio e gia’ rimpiangono le tenere e soffici federe dei miei cuscini. L’appiccicosa sensazione e’ data dalla pesantezza e tenacia delle “pepite del sonno”.

Ammassi di sporcizia ecosostenibile e riciclabile dal color dorato, che fanno da collante e aiutano a serrare le pupille e i sogni della notte come carbone sotto la cenere. Stamattina, non ho trovato fatica a salire. Strano. Davvero strano. L’altra mattina, per entrare, ho dovuto aspettare i tre autobus successivi, senza avere neanche la possibilita’ di poter infilare un dito in quel muro di carne pulsante e incazzata. Mi viene in mente, la signora alla fermata di piazza Galeno. 19 stracolmo, non c’era modo di respirare. Se provavi a fare un respiro piu’ profondo del concesso, da una parte del vagone c’era qualcuno che sveniva. La dura legge di “O tu o gli altri”. La signora in questione, esausta da un’attesa esasperante, stanca da scarpe troppo piccole e troppo strette, stravolta da un peso, il suo, insostenibile per le caviglie, al fermarsi del tram, si pavento’ davanti le porte.

La signora aveva la mole dell’Orsa Maggiore (e potete prendere come grandezza di misura anche la costellazione). La potenza di un San Bernardo obeso e affamato, che nel tram ha sentito il profumo di “posto libero”. Cercava di scavalcare una vecchietta, la quale era incastrata, in un tetris di carne ed ossa, con un signore dalla giacca infeltrita, grigio topo , che legava tanto bene con il verde bottiglia della maglia della signorina incinta, che naturalmente era ancorata al bastone della povera vecchietta sopramenzionata. Il tappo cosi’ composto, avrebbe resistito anche ad un attacco del migliore Bergamasco. Ad un certo punto, tanto era la foga, che la signora si getta di faccia nella calca, cercava di entrare tra la scapola del uomo calvo con il giornale nella mano (troppo scomodo, da doverlo tenere a mo’ di ombrellino come fosse in una gita scolastica di cui ne faceva la guida) e la mandibola di una zingara, dalla dentatura ovviamente brillante con un pezzetto di prezzemolo sul quindicesimo/sedicesimo dente partendo da sinistra. Il mammifero inferocito, fu infilzato dalla porta a fisarmonica del tram, come fosse una banderillas. E’ questo li momento in cui si scatena, in cerca della sopravvivenza, nel caldo ammasso di maglioni di lana, giubbotti inumiditi dalla prima scrollata mattutina,di respiri insonnoliti e drogati di caffe’. Scalcia. Scalpita. Freme. Trapana. Pressa. Pesantemente. Possentemente. Tenaciamente.Con la spreranza di poter arrivare a strappare il biglietto 1492 al Policlinico, per una lastra all’anca. Se andasse a piedi, arriverebbe all’ospedale per prendere l’ennesimo appuntamento a pagamento in una struttura privata. La signora non demorde, e la porta batte e sbatte come Michael Shrieve (grazie Wikipedia) nel concerto piu’ famoso della storia. Alla fine il centauro femmina, provocata da vari insulti: “A balena…arisputece Pinocchio!”..”Leghete stretta che te trainiamo”…”Ormeggiate sulla (p)banchina”(tuono’ anche un ciociaro). Mollo’ la presa. Come Napoleone a Waterloo.

Stamattina invece niente. Addirittura riesco a muovere le braccia. A leggere. No. Sto sognando. Non e’ possibile che non mi senta nessun gomito nello stomaco. Stranamente non c’e’ nessuna borsa a puntellarmi il pancreas.

Che culo! L’aveva detto Paolo Fox “…Stamattina ci sara’ posto anche per voi…”. Magari oggi becco pure la Bellucci nel palazzo di fronte. 17, 22 e 47, oggi me li gioco. Mi gioco pure la vittoria della Real Marcianise e del Frosinone. Stordito dal sonno, concentrato sulla magnifica giornata che mi si proponeva davanti, preso da i progetti mattutini, sento e vedo le mie scarpe bagnarsi. Un pugno di olezzo, dal naso dritto allo stomaco. Come il gancio di Jake LaMotta. Il fetore era cosi’ profondo, cosi’ tanto da provocarmi un timido conato di vomito.

Il barbone seduto sulla scacchiera a 4, posta sulla ruota sinistra posteriore dell’autobus, svenuto nel suo psicoalcolico viaggio, aveva deciso che non ce la faceva piu’! Lui doveva farla. E la fece li’. Liberando un’ Oasi deserta, costeggiata da un fiumiciattolo torbido e tossico, raccolto in un lago artificiale, che aveva per diga la mia scarpa, sulla salita di Viale Liegi.

 

 

 

GIOVANNI MARIA LEPORI