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Biutiful

Scritto da on venerdì, 8 aprile 2011No Comment

Nelle sale ormai da parecchio, il nuovo film del messicano Alejandro González Iñárritu ha innanzitutto il pregio di rimodellare tutto il cinema realizzato in precedenza dall’autore, conservandone però l’autenticità, insieme a quel forte spessore emotivo che l’ha sempre connotato. Preservare e al contempo rimettere in discussione, questa l’esigenza primaria di Iñárritu, il quale per l’occasione è intervenuto su aspetti importanti del film, fase di scrittura compresa: non più il solito Guillermo Arriaga, ad affiancarlo nella sceneggiatura, bensì un duo composto da Armando Bo e Nicolás Giacobone. Le differenze si fanno subito notare. Sia rispetto ad Amores Perros, folgorante esordio del messicano, che al più recente Babel, non si assiste più a quel pazzesco e vorticoso intrecciarsi di storie, destinate a ricongiungersi o semplicemente a sfiorarsi nei più svariati modi. In Biutiful, al contrario, vi è un fulcro narrativo stabile, raggrumato intorno al personaggio che Javier Bardem, col consueto carisma, muove faticosamente, appesantito dalla malattia e da un incipiente malessere esistenziale, per una Barcellona mai vista così sul grande schermo. All’immagine solare, allegra, vitale, con cui solitamente si presenta la città catalana, se ne sostituisce un’altra: morbosa, soffocante, umida, malata (come il protagonista, afflitto da un tumore incurabile), capace pertanto di turbare l’immaginario precedentemente acquisito dallo spettatore. Fino a contagiare certe scelte stilistiche, coi colori saturi e opprimenti di una fotografia molto ben studiata, nel generare disagio.

Ci si appassiona realmente a pedinare Uxbal, ovvero Bardem, lungo i sentieri di una vita continuamente avvolta dalla precarietà. In famiglia, ma anche fuori.  Difatti il male che l’ha colpito esaspera ulteriormente i già complicati rapporti con la ex moglie, afflitta da evidenti tare psicologiche, rendendo diffide la crescita dei loro due bambini, in cui cominciano a cogliersi pesanti scompensi emotivi. E mentre l’ambiguo fratello di Uxbal continua a coltivare opportunisticamente i propri interessi, il protagonista si deve barcamenare in situazioni al limite della legalità, tra poliziotti corrotti, cantieri abusivi ed extra-comunitari che vengono sfruttati (o perseguitati) senza pietà da chiunque: Barcellona come un girone dantesco, dove immigrati cinesi e africani scontano drammaticamente la loro posizione di debolezza, lasciando al povero Uxbal, anello intermedio della catena di oppressione, un senso di colpa sempre più forte perciò che è destinato, inesorabilmente, a sfuggirgli di mano. Ecco, se da un lato rispetto agli altri lavori la linea narrativa si semplifica (con l’eccezione del prologo e dell’epilogo, volutamente disposti a specchio), Biutiful rivela però un interesse analogo da parte dell’autore per le aporie, per i piccoli e grandi scompensi del mondo globalizzato, già rappresentati altrove. Il tormentato profilo psicologico del protagonista si fonde con un affresco sociale che si fa progressivamente più amaro, disincantato, come rivela la brutale e avvolgente sequenza che vede i poliziotti dar la caccia agli ambulanti di colore. La cinica violenza delle forze dell’ordine desta qui un’impressione fortissima, paragonabile forse a scene simili viste in una pellicola di differente temperatura emotiva, ma dall’impatto altrettanto robusto: Storie (Code Inconnu) del maestro austriaco Michael Haneke.

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