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Conferenza stampa di “Ju Tarramutu”

Scritto da on lunedì, 4 aprile 2011No Comment

Nella mattinata di venerdì primo aprile, nonostante il disagio creato dallo sciopero dei trasporti, si è svolta a Roma la conferenza stampa di Ju Tarramutu, documentario di Paolo Pisanelli  presentato in anteprima per gli addetti ai lavori in una sede più che appropriata, quella dell’AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico). Il film presenta risvolti umani molto intensi ed altrettanto forti elementi di critica, nel descrivere il dopo terremoto a L’Aquila, allorché vengono passate in rassegna le situazioni createsi nei mesi successivi alla tragedia. Non a caso Ju Tarramutu uscirà nelle sale il 6 aprile, ovvero nel 2° anniversario del sisma abruzzese. A parlarci di questo progetto cinematografico, estremamente sentito, sono intervenuti il regista Paolo Pisanelli , l’architetto Antonio Perrotti (giustamente polemico nei confronti delle modalità con cui sta avvenendo la ricostruzione) e Carlo Pelliccione in rappresentanza di Animammersa, il collettivo di artisti che con musiche e parti recitate ha reso un servizio notevole al film, rafforzandone la presa emotiva. Ecco una sintesi del breve ma serrato confronto coi giornalisti, portato avanti dall’autore e da chi ha collaborato al documentario. 

Cosa intendete per città più “mistificata” d’Italia.

Paolo Pisanelli :  Mistificata e “mediatizzata”, avevo scritto nelle note di regia, il che appare ancora più evidente in questi giorni, durante i quali si continua a discutere di gente pagata per partecipare a trasmissioni televisive (Forum, n.d.r.) e raccontare cose che non sono vere. Ma prima ancora di questo episodio, si è visto come L’Aquila sia diventata suo malgrado un set per la spettacolarizzazione di un fatto tragico. Per quanto riguarda me, non ero mai stato a L’Aquila prima di questi eventi ma penso che filmare un luogo sia anche un modo per abitarlo, per renderlo di nuovo accessibile, specialmente quando è stato reso oggetto di simili speculazioni. Non è sufficiente limitarsi a un reportage. Bisogna instaurare un rapporto nel tempo, per questo oltre a ringraziare per l’odierna ospitalità una realtà come l’AAMOD, che ha avuto lo stesso Cesare Zavattini tra i suoi fondatori, vorrei ringraziare tutte le persone che hanno partecipato alla realizzazione di questo documentario. Adottando certi luoghi, andando a filmarli, si sono stabiliti rapporti umani ed artistici di notevole spessore, come quello con gli Animammersa che tanto hanno dato alla colonna sonora del film, e non solo. Uno di loro è Carlo Pelliccione, che è qui con noi stamattina, per cui cederei volentieri la parola a lui.

 Carlo Pelliccione :  Subito dopo il terremoto abbiamo visto una gran quantità di film-maker, come anche di giornalisti, fiondarsi sul territorio aquilano, molto spesso per realizzare le loro cose e poi andarsene piuttosto in fretta. All’inizio quello con Paolo Pisanelli poteva sembrare un incontro come tanti. Ma non è stato affatto così. In lui si è subito presentata la voglia di vivere questa realtà. In etnomusicologia si parla di trovare quello che si cerca. Ebbene, in Paolo c’è voglia di ascoltare, di partecipare, diversamente da tutti quei non aquilani disposti a “predare” e basta, pur di comporre le loro opere.

Antonio Perrotti : Da parte mia posso confermare che Pisanelli, insieme a Francesco Erbani de La Repubblica, è stato fra i pochi a cogliere l’essenza del dopo terremoto. Tra le altre cose ha saputo affrontare dall’interno tutta l’urgenza e la crudezza della problematica immobiliare, così come a si è manifestata a L’Aquila; qualcosa che si nota, ad esempio, nelle scelte sciagurate del progetto C.A.S.E. caldeggiato da Berlusconi, mentre un mio intervento montato nel documentario tende ad evidenziare il ruolo negativo svolto dalla chiesa, detentrice di parecchi immobili, sorda comunque alle reali esigenze della cittadinanza, nel capoluogo abruzzese. Allo stesso modo andrebbe rimarcata la debolezza degli amministratori locali, che a suon di pacche sulle spalle si sono fatti imporre dal Governo e dalla Protezione Civile soluzioni assurde, dal punto di vista urbanistico, a beneficio di pochi speculatori, che con l’avvallo di bandi promulgati in circostanze alquanto sospette hanno potuto piazzare prefabbricati concepiti per altri contesti.

Film come il vostro, giustamente critici nei confronti di come è stato amministrato il dopo terremoto, non hanno certo vita facile dal punto di vista produttivo. Quale è stata la vostra esperienza? E cosa pensate del film realizzato a L’Aquila dalla Guzzanti, così osteggiato dal governo?

Carlo Pelliccione :  Come accennato in apertura, a parte certi episodi deteriori di fiction (cfr. La città invisibile di Giuseppe Tandoi) che non meritano ulteriore approfondimento, il lavoro di Paolo si distingue anche da quei documentari i cui autori si sono limitati a divulgare determinate situazioni, senza instaurare un rapporto duraturo col territorio e coi suoi problemi.

Paolo Pisanelli :  Il fatto di muoverci con una piccola produzione, che però ha esperienze di livello internazionale in campo documentaristico, mi ha consentito di esprimere uno sguardo libero,  nonostante il rapporto freddo con determinate istituzioni; tant’è che mi è stato possibile entrare dove volevo, come si vede nelle scene in cui accompagno alcuni terremotati a visitare le case dichiarate inagibili. Dopo è chiaro che l’approdo in sala resta un aspetto problematico, almeno in Italia, soprattutto per documentari che non sono scritti in maniera tale da finire facilmente in televisione. Per quanto riguarda Draquila di Sabina Guzzanti, indubbiamente fornisce qualche informazione importante che nel mio film è rimasta fuori, ma l’approccio è necessariamente diverso: ci sono documentari alla Michael Moore, come quello della Guzzanti, concepiti per integrare la realtà esaminata in un attacco al governo, che abbia risonanza internazionale, giocandosi così in parte la possibilità di parlare a tutti; mentre io preferisco soffermarmi sul dato umano, sulle reazioni alla tragedia delle persone comuni, anche se poi in Ju Tarramutu la denuncia finale coglie nel segno, rivelando progressivamente agli spettatori i tanti misfatti compiuti in terra abruzzese. Ed è una scelta, quella di privilegiare il fattore umano, che ho sempre portato avanti allorchè si trattava di illustrare drammi iper-mediatizzati, come nel caso di Don Vitaliano, che aveva sullo sfondo il G8 ligure del 2001.

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