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Le idi di marzo

Scritto da on martedì, 14 febbraio 2012No Comment

I tempi sembrano ormai maturi, affinché non ci debba più affannare a perorare la causa del fascinoso George Clooney, puntualizzando come non sia soltanto un divo da copertina o un sorriso da sfoderare nella pubblicità del Martini (“no Martini, no Party”), bensì un attore di prim’ordine (il meglio lo ha dato probabilmente nei film del sodale Steven Soderbergh, da Out of Sight  al mini ciclo inaugurato con Ocean’s Eleven) e una testa pensante in grado di fare ottimo cinema. A dimostrarlo ci sono ovviamente le sue prime regie, sia lo scoppiettante esordio avvenuto nel 2002 con Confessioni di una mente pericolosa che il successivo Good Night, and Good Luck (2005), dove il nostro ha saputo mettere alla berlina in modo acuto e penetrante uno degli spettri più ingombranti della società americana, la stagione del “maccartismo”, rendendo ancora più evidente quel suo posizionarsi sul fronte più progressista. In questo Le idi di marzo, suo quarto lungometraggio (trascuriamo pure il più effimero In amore niente regole del 2008), George Cloney sembra seguire ancora una volta come un “padawan” di talento le orme del “maestro Jedi” Soderbergh, che nel 2003 aveva portato avanti per la HBO una serie televisiva, K Street, in cui venivano ugualmente a galla gli aspetti più torbidi del sistema elettorale americano. Sì, perché in Le idi di marzo lo scenario validamente tratteggiato sulla falsariga del testo di Beau Willimon, che ha poi collaborato con Grant Heslov e con lo stesso Clooney alla sceneggiatura, ha come sfondo le primarie del Partito Democratico negli Stati Uniti.

Il racconto si snoda tra discorsi ruffiani, accordi sottobanco, ciniche incursioni nella vita privata dei protagonisti, ideali traditi, giornalisti di grido appostati ai margini come avvoltoi, sconfinamenti dei poteri forti in campagne elettorali concepite così da ibridare un grande show mediatico e gli incontri, più o meno clandestini, tra i rappresentanti di rapaci comitati d’affari. L’epicentro dello scontro in atto è lo spostarsi delle primarie in Ohio. Ma da questo frammento della campagna, che vede affrontarsi i due ipotetici candidati Democratici alla Presidenza, è l’intero sistema elettorale statunitense ad uscirne a fettine. Se infatti Clooney non nasconde, di rimando, il proprio disprezzo per le idee reazionarie e autoritarie dei Repubblicani, ciò che emerge amaramente è la profonda disillusione nei confronti del partito da cui dovrebbe sentirsi più rappresentato: considerando proprio le simpatie di Clooney per la parte Democratica, azzarderemmo un paragone forse impossibile, attraverso la constatazione che il suo ruolo di “grillo parlante” ricorda un po’ quello di Citto Maselli in Italia, anche lui come cineasta parte integrante di una sinistra riformista della quale ha però brillantemente intuito, specie negli ultimi film, l’opportunismo e il carattere sterile, imbelle, rassegnato. Le idi di marzo è quindi una specie di psicodramma elettorale che pone in primo piano, al di là dei discorsi fumosi e ruffiani dei due candidati, l’attività incessante di quei comitati elettorali e dei rispettivi addetti stampa, dalle cui spregiudicate manovre scaturiscono soprattutto colpi bassi. Fino a propiziare conseguenze drammatiche o comunque prive di qualsiasi etica. A parte un paio di ingenuità nello script (suona strano che la stagista figlia di importante uomo politico non disponga di poche centinaia di dollari per risolvere un problema personale), ciò che ne consegue è il ritratto livido, disincantato di un sistema ormai completamente alienato e senza dubbio ipocrita, cui danno voce accanto allo stesso Clooney (nei panni di uno dei candidati) attori strepitosi come Ryan Gosling (un protagonista coi fiocchi, esattamente come lo era stato in Drive), Paul Giamatti, Marisa Tomei, Philip Seymour Hofman, Max Minghella e la giovanissima Evan Rachel Wood, una rivelazione per quanto già apprezzata in Across the Universe e The Wrestler. A condire il tutto lo score musicale nervoso e in ciò azzeccatissimo di Alexandre Desplat, che assicura un ritmo sincopato a questo intenso “thriller” elettorale.

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