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The Boy Who Was a King

Scritto da on lunedì, 23 gennaio 2012No Comment

L’incipit del documentario realizzato da Andrej Paounov, non nuovo a simili approcci, rende l’idea di quanto possano essere non convenzionali, stravaganti e intrisi di sottile ironia i lavori del cineasta bulgaro, a nostro avviso uno dei più creativi attualmente in circolazione: si assiste difatti alla preparazione di un maestoso busto di cioccolato, da parte dell’attentissimo e scrupoloso staff del ristorante, dove il dolce verrà poi esibito. Ma chi sarebbe la figura scolpita con tanta cura in quel piccolo capolavoro di arte pasticciera? La restante parte del film servirà a soddisfare parecchie curiosità su un soggetto dall’aria sorniona ma indubbiamente dotato di un certo carisma, quantomeno sufficiente a procurargli un piccolo primato: esordire sulla scena politica del proprio paese come monarca, venire successivamente esiliato assieme alla famiglia, ed essere infine eletto capo del governo al rientro in patria. Stiamo qui parlando di Simeone di Sassonia-Coburgo-Gotha, ultimo re di Bulgaria. Salì al trono nel corso della Seconda Guerra Mondiale a soli 6 anni,  allorché il padre morì in circostanze piuttosto ambigue: pur godendo di ottima salute si era misteriosamente ammalato dopo aver fatto visita in Germania ad Adolf Hitler, di cui era alleato non sempre entusiasta, il che fece sospettare ad alcuni un possibile avvelenamento. Con la fine del conflitto vennero poi per Simeone la caduta della monarchia, l’instaurazione in Bulgaria di uno stato comunista vicino all’unione Sovietica, la partenza coi propri famigliari ed il dorato esilio in Egitto, dove seppe sfruttare gli appoggi a lui rimasti per entrare con successo nel mondo degli affari. Ma l’aspetto più clamoroso della vicenda è che diversi decenni dopo, caso più unico che raro, l’ex sovrano approfittò della caduta del comunismo nei paesi dell’Europa Orientale non solo per rientrare in Bulgaria, ma per mettersi a capo di un partito e farsi eleggere premier! Una bella e principesca fiaba? Mica tanto. All’iniziale entusiasmo della popolazione hanno fatto seguito anni di malgoverno tali che l’affabile e comunque scaltro Simeone, ceduto infine l’incarico, nelle interviste non sapeva più cosa inventarsi per giustificare il proprio discutibile operato, di fronte alla delusione e alle dure accuse dei propri connazionali…

Ebbene, gli aspetti più paradossali che questa parabola umana di per sé avvincente e carica di contraddizioni rivela sanno imporsi, in The Boy Who Was a King, anche grazie alla particolare abilità di Paounov nel mescolare un’ottima ricerca d’archivio con non comuni lampi di creatività. Come ci ha ricordato a Trieste la produttrice del film, il lavoro di ricerca è durato anni e ha portato al recupero di rari e preziosissimi filmati, tra cui quello in cui il re bambino passava in rassegna le truppe accanto al padre, oppure le immagini di natura maggiormente privata che lo vedevano scorrazzare con la sorella inventandosi giochi nel bel giardino reale. Ma non si ferma a questo il talento del film-maker bulgaro, di cui avevamo particolarmente apprezzato, in una passata edizione del festival, l’originale e curiosissimo Georgi and the Butterflies (Georgi i peperudite, 2004), vivace ritratto dello psichiatra Georgi Luchev in cui venivano poste al centro dell’attenzione le stravaganti attività semi-imprenditoriali avviate dal medico, con l’aiuto degli stessi pazienti, pur di mantenere in vita una struttura ospedaliera in crisi per l’ormai cronica carenza di fondi. Ecco, del poliedrico Andrej Paounov (attivo anche, a livello artistico, come produttore, compositore, autore di racconti e poesie… ma pare che abbia fatto persino il barman a Praga, il cuoco a Washington, il giardiniere a Toronto e il contabile a San Francisco) ci è sempre piaciuta quella capacità di cogliere le contraddizioni della vita con toni leggeri, ironici, dando poi luogo a uno stile cinematografico composito e personale. In The Boy Who Was a King ciò si nota dal suo continuo alternare frammenti più istituzionali incentrati sulla biografia di re Simeone a piccoli quadretti surreali, che vedono protagonisti i personaggi più eccentrici, portati ad esprimere con le loro azioni o semplicemente a parole il loro punto di vista sulla vecchia monarchia bulgara, nonché sulla disinvolta condotta di colui che per ultimo l’aveva rappresentata. E si assiste così, non senza un filo di inquietudine, alle scene di fanatismo nel centro di tatuaggi, con una ragazza giovanissima disposta persino ad ospitare sulla sua bella schiena la faccetta furba di re Simeone, tatuata lì per omaggiare un sovrano d’altri tempi il cui rientro in politica, volendo essere eufemistici, alla Bulgaria non aveva giovato affatto.

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