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TRIESTE FILM FESTIVAL: Leaving

Scritto da on venerdì, 27 gennaio 2012No Comment

Il Trieste Film Festival si è concluso il 25 gennaio con una serata di premiazione breve ma intensa, nel corso della quale si sono affacciate alcune note di malinconia, se non addirittura di totale mestizia. Al ricordo di uno storico amico del festival come Corso Salani, fantastico attore e regista scomparso un paio di anni fa al quale è stato dedicato un premio per i giovani cineasti, si è infatti sovrapposta la gran brutta notizia pervenuta, il giorno stesso, dalla Grecia: all’improvviso ci ha lasciato Theodoros Angelopoulos, maestro del cinema di primaria importanza che si è spento ad Atene per le conseguenze di un banale incidente stradale. Il rammarico a Trieste è stato ancora più forte, sentito, considerando che il cineasta ellenico aveva lasciato un’impressione estremamente positiva quando era venuto a presentare il suo ultimo film, La polvere del tempo, cogliendo anche l’occasione per partecipare ad una interessante tavola rotonda. Caso vuole che quest’aura luttuosa non abbia risparmiato neanche la proiezione programmata quale evento di chiusura del festival. La scelta era comunque caduta su una pellicola particolarmente significativa, trattandosi di Leaving (Odchazeni, 2011), e cioè il primo ed ultimo film diretto da Vaclav Havel, uomo di cultura che nella Storia della Cecoslovacchia ha svolto un ruolo di primissimo piano. La nota di rimpianto nell’introdurre questo suo lavoro è dovuta ovviamente al fatto che l’autore è deceduto anche lui di recente: tale scomparsa, dovuta in realtà a una lunga malattia, è datata 18 dicembre 2011.

L’attesa per questo inconsueto esordio cinematografico era, quindi, piuttosto elevata. Vaclav Havel è stato tra i firmatari di Charta 77 (movimento di opposizione nato nella Cecoslovacchia comunista) diventando poi uno dei protagonisti assoluti della cosiddetta “Rivoluzione di velluto”, destinata a rimodellare il destino della tormentata nazione mitteleuropea in quella difficile fase di transizione, subentrata dopo i fatti dell’89 e cioè dopo la caduta del Muro. Ma il carismatico personaggio, ultimo presidente della Cecoslovacchia unita e primo presidente della successiva Repubblica Ceca, alla cui guida è rimasto fino al 2003, non è stato solo uno statista di rilievo internazionale: la sua intensa attività letteraria e teatrale ha anzi ottenuto diversi riconoscimenti, consacrandolo come drammaturgo di successo sia nel proprio paese che all’estero. Ed è proprio a una delle sue più famose commedie che è ispirato Odchazeni, la cui anteprima assoluta aveva avuto luogo con l’autore ancora in vita al tradizionale festival di Karlovy Vary. Detto questo, ribadito il rispetto per un percorso umano e artistico per certi versi eccezionale, il film ci ha lasciato non poche perplessità. Questo Leaving mette in scena con sprazzi di ironia e di surrealtà pura il disincantato addio alla politica di un ex cancelliere, che si vede scavalcato da una nuova e fitta schiera di opportunisti, faccendieri, gendarmi corrotti, donne avvenenti che si concedono per fare carriera, reporter di giornaletti scandalistici. Tutto ciò è rappresentato nella ricca villa, che il vecchio premier dovrà presto abbandonare, con quei toni fantasmagorici che ricordano un po’ Fellini, un po’ Jakubisko, un po’ Menzel. Ma il riferirsi di Havel a questa cifra dell’immaginario non sempre appare sufficientemente motivato, vitale, genuino, originale, evidenziando invece quelle venature un po’ querule che, complice l’evidente natura autobiografica dell’opera, portano lo spettatore più accorto (e magari più scettico) a porsi questa domanda: solo adesso e solo in questi termini un navigato uomo politico come Havel è arrivato a rendersi conto, producendo poi le classiche lacrime di coccodrillo, dello stato di decadenza, falsità e corruzione in cui versano le cosiddette democrazie occidentali, un modello al quale i paesi dell’Europa Orientale sembrano essersi tragicamente adeguati?                 

 

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