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Dal corteo alla guerriglia

Scritto da on mercoledì, 15 Dicembre 2010No Comment

Cinque ore di ordinaria follia e Roma rivive l’incubo degli Anni Settanta.

14 dicembre. È il giorno del voto di fiducia al Premier; il giorno dei tradimenti e dei ribaltoni, quello interno a Futuro e Libertà e quello degli improvvisi proseliti raccolti fra gli illustri sconosciuti di Montecitorio.
Ma sono bastate cinque ore di follia e la politica, da protagonista, è diventata cornice.
Eppure la mattinata era partita bene , nonostante le tante Cassandre che sulla stampa si erano affrettate a creare un clima di allarmismo. Tutto nella norma, all’inizio. Anche il cielo, sgombro di nubi, a far da cornice ai volti freschi degli studenti che attraversavano Roma e che si congiungevano con il corteo dei precari, dei terremotati di L’Aquila e con i cittadini anti-discarica di Terzigno.
Roma, abituata ai cortei, non poteva presagire quel che di li a poco stava per accadere. Sì, c’erano i disagi alla mobilità – che più delle altre volte dalle 12.30 si facevano sentire – e il sottofondo degli elicotteri.
Tutto bene, fino a quando i manifestanti non arrivano in prossimità della zona rossa: da Via del Corso fino a Piazzale Flaminio e abbracciando il Senato, la Camera e Palazzo Grazioli, Roma è off limits. Lì il primo segnale:ecco i fumogeni ai Mercati Traianei, poi la bomba carta in Piazza Venezia. La tensione inizia a salire, le forze dell’ordine a minacciare le cariche.
Ma il limite, non solo quello messo a tutela dei palazzi del potere, viene infranto e non si torna più indietro.
I più decisi – o inconsapevoli – partono all’attacco: piovono fumogeni, bottiglie e petardi; oggetti reperiti al momento vengono lanciati verso i blindati della polizia. E la polizia carica rispondendo con i lacrimogeni.
Sono le 13: alla Camera inizia la prima chiama. Il corteo si sposta sul Lungotevere. Qualche facinoroso incendia una Mercedes parcheggiata vicino all’Ara Pacis e l’azione è così scomposta, improvvisata, che la reazione dei manifestanti è quella spaventata di chi teme l’esplosione.
Da qui in poi, solo devastazione. Si stacca un gruppo che inneggia alla distruzione senza distinzione: vengono infrante le vetrine dei negozi, divelti i segnali stradali. Un bancomat è avvolto dalle fiamme. C’è fumo dappertutto, c’è il rumore delle deflagrazioni. I volti dei protagonisti, ora, hanno cappucci e sciarpe, in alcuni casi anche caschi. In Via del Corso un compattatore viene incendiato.
I negozi del Tridente sono bersagli della violenza. I blindati in strada assumono un ruolo ambiguo: per le forze dell’ordine, sono muro atto ad inibire al fronte dei manifestanti di avanzare; per chi si muove come fosse una scheggia impazzita, sono appostamento difensivo. I manganelli sugli scudi scandiscono i passi di polizia e guardia di finanza.
Si arriva fino a Piazza del Popolo: c’è chi brandisce le sedie sottratte ai locali pubblici. Ancora fiamme: stavolta tocca ai cassonetti. Dal Pincio piovono sassi sui passanti, senza una motivazione, senza un obiettivo, se non quello di innalzare il livello di confusione e di terrore. Un atto dissennato, criminale.
Il bilancio è di oltre cento feriti, 57 tra le forze dell’ordine e 62 tra i manifestanti, dei quali 40 medicati sui luoghi degli scontri e 22 portati in ospedale. Alla fine sono 41 i fermati, tutti accusati di violenza, resistenza, devastazione e uso di armi improprie. Nessun morto a terra, per fortuna.Tutti ragazzi giovanissimi, romani e qualche campano, poca politica in testa ma molte azioni di violenza urbana nel curriculum: risse in strada e da stadio e vite difficili.
Ragazzi e non Black Block, non quelli ufficiali, come sostenevano molti esponenti politici. Ragazzi, ma non cani sciolti. Almeno non i capibastone che hanno dato il via libera alle azioni più violente.
Le condanne giungono compatte: maggioranza, opposizione, sindacati e gli stessi manifestanti.
E’ necessario, però, chiedersi cosa sia successo da far sì che una manifestazione, che certo non lasciava presagire uno scenario da Anni di Piombo, si trasformasse da protesta in guerriglia.

I segnali di disagio sociale sono evidenti e l’incertezza politica non aiuta: ma questo può bastare a giustificare quanto accaduto?
Tano D’Amico, autore degli scatti che hanno immortalato i movimenti degli Anni Settanta, racconta quello che ha visto: “La rabbia pura che esplode. Trenta- quarant’anni fa c’era invece la speranza. Io andrei a due secoli fa, per fare un confronto, alle sommosse di Parigi e al ’48. Roma ha rivissuto l’incubo del passato”. E chiude: “Nel ’68 c’era un grandissimo movimento, animato da grandi speranze per il futuro. Nel ’77 c’era una incredibile autonomia di pensiero, con la novità delle donne in piazza, per esempio. Oggi io ho visto la rabbia pura dei figli contro i padri, intesi in senso lato. L’esplosione della paura del futuro. A costo di prenderle, a costo di farsi male. Ma non erano armati”.

E su questa chiusa si apre il tema dell’improvvisazione che non appartiene ai Black Block e che, invece, fa pensare più a delle anime senza padrone intenzionate solo a sfogare la loro rabbia.
Lo sostiene Francesco Caruso, ex deputato di Prc e leader dei disobbedienti napoletani: “Ma quali black block! Oggi in piazza c’era uno spontaneismo ribelle che è impossibile ricondurre sotto un’etichetta. Anche se fa molto piú comodo dire che c’erano loro piuttosto che riflettere sul fatto che c’e una generazione piena di rabbia che attende da troppo tempo una ventata di democrazia”. Lui che i Black Block li ha visti davvero in azione a Genova, invita a riflettere: “In questa generazione, piú che in quella di Genova e forse anche per la mancanza di riferimenti organizzativi, stanno nascendo forme di spontaneismo ribelle che è difficile ricondurre in schemi”.
Alle incertezze che hanno aperto la giornata, si somma ora il ricordo della paura vissuta in pieno centro della Capitale. Se al Governo non bastano tre voti per dormire sonni tranquilli, al Paese non basta credere che i disordini di oggi sono figli della follia di singoli e non di un movimento strutturato. In Europa scommettono sulla caduta dell’Italia dopo quello della Grecia e dell’Irlanda. Gli attacchi fatti senza sassi e senza fumo alla fine possono rivelarsi i più violenti: se non arriveranno proposte e risposte in grado di dare una prospettiva al Paese, il terrore scoppierà davvero.

di Donatella D’Acapito

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