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Amore liquido sorprende il pubblico della capitale

Scritto da on martedì, 14 Settembre 2010No Comment

 

Dal set di "Amore liquido"

Mentre alla Mostra del Cinema di Venezia la pattuglia dei film italiani è riuscita anche quest’anno a far discutere, mettendo comunque in vetrina alcune pellicole di valore (nei confronti di Mario Martone, Saverio Costanzo e soprattutto Ascanio Celestini anche il sottoscritto coltiva non poche aspettative), c’è in sala un piccolo lungometraggio indipendente che sulle basi del passaparola si sta imponendo all’attenzione dei cinefili più curiosi. Si intitola “Amore liquido”, ed è attualmente in programmazione al Nuovo Cinema Aquila, la multisala dislocata al Pigneto che di tanto in tanto offre qualche segnale coraggioso, concedendo spazio ad opere realizzate con budget ridotti e senza l’appoggio di una distribuzione forte.

Nonostante ciò, il film diretto dal giovane Marco Luca Cattaneo, carrarese di nascita ma residente a Bologna, sta avendo un percorso di tutto rispetto: a certificarlo vi sono già alcuni riconoscimenti, tra cui lo Zenith d’Or come miglior opera prima al Festival des Films du Mond di Montreal  e il premio come miglior film italiano alla nona edizione del RIFF, che si è svolta pochi mesi fa proprio al Nuovo Cinema Aquila. Ma qual è il segreto di quest’opera realizzata con assoluta povertà di mezzi? “Amore liquido”, il cui titolo è un omaggio alla saggistica sempre illuminante del sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman, pone in primo piano la precarietà dei rapporti affettivi nella società italiana di oggi, una difficoltà nell’esprimere i sentimenti in maniera sana, genuina, armonica, che appare sempre più generalizzata. E il film tenta di mettere a fuoco tali problematiche in modo alquanto coraggioso, trattando senza reticenze argomenti considerati a volte tabù, come la dipendenza dalla pornografia e la più o meno latente maniacalità esibita, nella sfera sessuale, da uno dei protagonisti.

Si rimane così suggestionati dal semplice e al contempo vorticoso sfiorarsi di due vite, quella del quarantenne Mario (il solitario netturbino cui alludevamo prima) e quella di Agatha (ragazza madre bella, generosa, ma tendenzialmente insicura) in una Bologna semi-deserta, ritratta con uno stile scarno e comunque incisivo nel periodo delle vacanze estive. Alcune incertezze di sceneggiatura e la qualità non eccelsa della fotografia pesano indubbiamente sull’esito del lungometraggio, ma la sensibilità degli interpreti (Stefano Fregni è un protagonista credibilissimo, mentre Sara Sartini ha già dimostrato a teatro, oltre che sul grande schermo, di possedere un’energia davvero speciale) riesce, insieme alla capacità del regista di lavorare per sottrazione su situazioni intimamente difficili, ad affrescare un rapporto umano in cui il disagio viene raccontato con enorme sincerità.

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