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Chi ha inventato Facebook? Ce lo racconta David Fincher in The Social Network

Scritto da on giovedì, 4 Novembre 2010No Comment

Con The Social Network l’arrancante, in termini di qualità soprattutto, e di organizzazione, Festival di Roma, ha sicuramente piazzato il colpo grosso. Primo perché la pellicola è di una grande firma come David Fincher, secondo perché si preannuncia un incasso record nelle sale per un film che ha come argomento il fenomeno sociale, economico, che sta inglobando tutto e tutti in un contenitore universale nel giro di pochi anni, ovvero il cliccatissimo Facebook.

Certamente non è facile fare un film su qualcosa di così recente (e tra l’altro immaginiamo lo stesso film visibile, commentato, condiviso o taggato proprio su Facebook), poiché il social network nato nel 2004 sta cambiando proprio in questo momento la Storia:  della comunicazione, del linguaggio, soprattutto delle persone, e probabilmente non è stato ancora adeguatamente storicizzato, guardato con l’occhio critico a cui servono comunque alcuni anni di distanza. Il paragone equivale a un voler immaginare un film sul berlusconismo fatto però nei primi anni ottanta: sarebbe stato difficile prefigurare il futuro dell’attuale premier, e dell’Italia all’epoca (forse il solo Ginger e Fred di Fellini ha in sé qualche germe). Dunque Fincher si è rimboccato le maniche per questa impresa titanica, ed è partito dal romanzo bestseller The Accidental Billionaires di Ben Mezrich. Di fronte alle innumerevoli possibilità di analizzare un gigante telematico che comprende più di 500 milioni di iscritti (è il secondo sito web più cliccato dopo Google), proprio il libro ha fornito la chiave più semplice: ovvero basarsi su un’inchiesta giudiziaria (vera e accertata) che vide imputato il fondatore del sito Carl Zuckerberg, colpevole secondo l’accusa di aver rubato l’idea del social network a qualcun altro. Dunque la trama del film di Fincher viene portata avanti usando gli schemi del thriller giudiziario che passo passo ricostruisce la vita e le amicizie di Zuckerberg, e senza dubbio lo fa in modo avvincente. Qui Fincher strizza l’occhio alla classicità dei teenage movie, in particolare quelli degli anni ’80, descrivendo dei ragazzi che affettuosamente abbiamo imparato a chiamare nerd: molto disinvolti con una tastiera in mano ma nient’affatto davanti alle ragazze o nelle tipiche feste da rimorchio dei college. Ciò che il film sembra volerci dire è che un invenzione abbastanza rivoluzionaria per la nostra epoca è in realtà avvenuta con una certa trivialità e casualità,  in cui il genio, se c’è, non è prettamente quello informatico, ma semmai quello economico: ovvero capire prima degli altri ciò di cui la gente ha bisogno. E l’invenzione avviene e si sviluppa mentre prorompe la commedia, con siparietti molto divertenti, dell’amicizia tradita, dell’ex ragazza che rifiuta di parlare, della sconosciuta del banco a fianco a cui non si ha il coraggio di dire niente, oppure di feste trasgressive a cui si vorrebbe essere invitati. Di questo tratta la storia di Zuckerberg, tipo un po’ sociopatico che ha come idolo Bill Gates; di Eduardo Saverin, suo compagno di stanza che quasi per gioco gli finanzia un progetto informatico che aiuta le persone dell’università a conoscersi virtualmente, e che poi si allargherà a macchia d’olio prima ad altre scuole americane, infine in ogni ambito pubblico e privato, secondo come conosciamo attualmente Facebook. Ma è anche la storia di Paul Parker, personaggio enigmatico che, anche lui giovanissimo, creò Napster, il primo programma di condivisione di file peer to peer, e che resosi conto delle qualità del nuovo social network, avvicina Zuckerberg convincendolo ad allargare su vasta scala quello che all’epoca era stato chiamato “The” Facebook. Parker è tuttavia diverso e porta gli altri ragazzi in un mondo fatto di party con ragazze perennemente ubriache, droghe, alcool, bei vestiti e villa in California, proprio come è tradizione dei college movie. E pare divertente e un po’ paradossale pensare che da questo mondo sia arrivato il più giovane miliardario della storia (ma non troppo paradossale, visto che persino l’ex presidente Usa, George W.Bush, pare sia cresciuto con questo tipo di vita spensierata), e un colosso economico che oggi vale più di due miliardi di dollari. Lungi da intenti sociologici e da elucubrazioni vorticose, Fincher non si schiera apertamente né pro o contro l’idea dell’amicizia immateriale: tuttavia proprio l’immagine che dà di una certa generazione sembra lo specchio di ciò che anima Facebook in modo generico: rapporti di una certa superficialità, voglia di riunirsi e divertirsi in più persone possibile, una ricerca degli status symbol attuali, e ovviamente tutto ciò che ha a che fare con amore e sesso. E per quanto riguarda l’amicizia e i legami del vecchio mondo? Si direbbe emblematica la scena finale in cui Zuckerberg, ormai ricco e famoso si ritrova solo in ufficio e si rende conto di aver perso definitivamente il suo miglior amico; alla fine tra i tanti virtuali che gli sono rimasti non trova di meglio che aggiornare continuamente la pagina della sua ex ragazza che, Facebook o no, non vuol proprio sentir più parlare di lui. Insomma anch’egli è alla fin fine una sorta di vittima del gioco che lui stesso ha creato.

Aldilà di quello che sarà il suo grande richiamo pubblicitario, The Social Network ha in definitiva una grande qualità che hanno pochi film: quella di parlare con grande leggerezza, umorismo e intelligenza di un argomento basilare della nostra epoca, e di centrare perfettamente lo spirito dei tempi.

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