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Ecco “Somewhere”, il discusso film della Coppola.

Scritto da on sabato, 9 Ottobre 2010No Comment

La locandina.

Non è certo la prima volta che l’assegnazione del Leone d’Oro, il premio più ambito della Mostra del Cinema di Venezia, risulti accompagnata da una scia di polemiche, reazioni imbarazzate, difese d’ufficio, commenti più o meno appropriati. Ma quest’anno, con “Somewhere”, era fin troppo prevedibile che una tale tendenza avrebbe assunto toni più coloriti del solito. Molto lo si deve alla regista vincitrice del premio. Diciamo pure al suo (cog)nome: Sofia Coppola, come molti sapranno già, è figlia del grande Francis Ford Coppola. Non solo. Al Lido il riconoscimento le è stato attribuito da un Presidente della Giuria, Quentin Tarantino, col quale la graziosa Sofia (già sposa di un altro regista, Spike Jonze), ha avuto in passato una relazione. Ciò è bastato a scatenare ulteriormente le malelingue. Eppure, agli autori di simili osservazioni vorremmo dire: siamo proprio sicuri che non sia stato invece un gesto coraggioso, premiare la propria ex? Molti di noi non ne sarebbero capaci. 

Sofia Coppola

Il tono ironico della premessa aveva ovviamente il compito di scoprire le carte in tavola, facendo sì che al contempo si sgombrasse il campo da un sospetto, altrimenti irritante: quello che anche da parte nostra fosse prevalso l’atteggiamento della stampa più gossippara (e grossolana), sempre pronta a cercare lo scandaletto facile facile, invece di muoversi liberamente intorno all’analisi dei film. Detto diversamente, i trascorsi personali della giovane regista americana hanno influenzato ben poco il nostro sguardo. Al contrario, abbiamo voluto recuperare la pellicola addirittura nella versione originale sottotitolata, che era in programmazione al cinema Nuovo Olimpia di Roma, così da apprezzare meglio la recitazione di interpreti come Stephen Dorff, da noi amato in pellicole diversissime tra loro come “A morte Hollywood”, “Blade” e “Nemico Pubblico”. Ebbene, se l’attore ha confermato di possedere una certa presenza scenica e un approccio personale ai suoi personaggi, il film nel complesso ci ha un po’ deluso. Almeno rispetto a certi standard cui ci aveva abituato la Coppola, per esempio nel folgorante lungometraggio d’esordio “Il giardino delle vergini suicide”.

Stephen Dorff e la giovanissima Elle Fanning in una scena di "Somewhere".

Nonostante alcune scene girate con indiscutibile classe (su tutte l’incipit automobilistico), “Somewhere” comincia ben presto a girare a vuoto, inseguendo i turbamenti e le crisi esistenziali (fin troppo sottotraccia) di un attore hollywoodiano, personaggio apparentemente realizzato ma fondamentalmente inquieto, che si ritrova per un periodo più lungo del solito in compagnia di una figlia che conosce appena, visto che in genere è la donna da cui è separato a prendersi cura della bambina. Il modo in cui i due “si studiano”, tentando di entrare in confidenza, beneficia di qualche momento cinematograficamente riuscito, è vero, ma poi soccombe ad una attenzione per i tempi morti, per le attese, per le rifrazioni, che rischia di apparire compiaciuta e fine a se stessa. Un po’ come se il minimalismo del precedente “Lost in Translation” si ripresentasse, ma con meno smalto. Forse questo si deve pure alla maggior curiosità che poteva destare il Giappone, rispetto ad una parentesi italiana il cui esito in “Somewhere” è piuttosto stucchevole, per non dire fastidiosamente auto-referenziale: la noia che prova il protagonista Stephen Dorff nel confrontarsi col mondo dell’italico showbiz, ben esemplificato dall’apparizione di una prezzemolina come Simona Ventura, poteva assumere contorni esistenziali o di critica all’universo mediatico ben più definiti, ed originali. Posta così, la questione rimane invece nel vago. E la Coppola avrebbe potuto persino risparmiarci la sciatteria di tale viaggio in Italia. Salvo poi farci pensare che il premio veneziano è sì esagerato, ma non per le ragioni più frivole indicate da parte della stampa, quanto piuttosto per l’auto-referenzialità conclamata, per il culto feticistico e vacuo della società dello spettacolo che nel film fa capolino più volte, mascherato appena da qualche flebile intento critico.

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