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Il gioiellino: non si piange sul latte versato

Scritto da on lunedì, 7 Marzo 2011No Comment

Il termine “instant movie”, andrebbe senz’altro stretto al film di Andrea Molaioli, per quanto la narrazione si focalizzi su vicende le cui ripercussioni giudiziarie sono ancora molto attuali. Ma non è tanto il fatto che il crac finanziario della Parmalat, da cui Il gioiellino trae parte dell’ispirazione, venga riproposto sullo schermo sin dalle più remote avvisaglie, ad impedirci un uso troppo disinvolto di tale espressione, legata in qualche modo all’attualità e alla sua fagocitazione mediatica. La nostra ritrosia è determinata più che altro da una consapevolezza, quella che l’incalzante lungometraggio di Molaioli forzi i contorni talvolta asfittici e didascalici di certo cinema, ricalcato su scottanti casi di cronaca, acquisendo ben altro respiro. “Se i soldi non ci sono, inventiamoceli”. Con questa frase shock si può agevolmente sintetizzare il cortocircuito tra l’economia reale e gli svolazzi della cosiddetta finanza creativa, che è poi uno dei temi principali esplorati dalla pellicola, seppur da prospettive decisamente particolari. Nel film compare un’azienda di prodotti agro-alimentari ramificata all’estero, la Leda, il cui profilo richiama assai da vicino quello della Parmalat, compresa la voragine nel bilancio creatasi con il tentativo di rinnovare la società, a costo di rischiosissime operazioni bancarie e con la benedizione di politicanti compiacenti e corrotti. Tale corsa dorata verso l’autodistruzione vede protagonisti il patron Amanzio Rastelli (Remo Girone), alter ego di Calisto Tanzi, il ragionier Ernesto Botta (Toni Servillo), alter ego di Fausto Tonna, ed altre figure a loro modo emblematiche; come la “ragazza del latte” Laura Aliprandi (Sarah Felberbaum) o Filippo Magnaghi (Lino Guanciale), il cui suicidio può ricordare quello del dirigente Parmalat Alessandro Bassi. Non mostri, ma esemplari grotteschi e comunque credibili di una borghesia industriale sedutasi, un po’ per incompetenza e un po’ per sete di guadagni facili, sull’orlo dell’abisso. Costoro sono i mediocri cui il benessere ha conferito un senso di invincibilità. Ma restano pur sempre mediocri, meschini, fondamentalmente impreparati. Ecco, la bravura di un cineasta in crescita come Molaioli si è fatta apprezzare su due fronti: da un lato rendendo avvincente un racconto cinematografico che, per sua natura, poteva restare astruso, privo di appeal; e dall’altro esplorando con acume la mentalità di un ambiente sociale malato, ma apparentemente ignaro di esserlo. 

Toni Servillo in una scena del film

Quali sono gli strumenti di cui si è avvalso il regista per ottenere tale risultato? Innanzitutto la sceneggiatura (scritta con Ludovica Rampoldi e col giornalista Gabriele Romagnoli) : spaventosamente ironica, generosa, ammiccante e addirittura geniale in certi scambi di battute tra i personaggi chiave. Impaginate spesso sottotraccia, sono destinate pian piano ad emergere le frustrazioni, le nevrosi, le inibizioni, le più o meno evidenti tare psicologiche; intrecciate magari col delirio di onnipotenza e la spavalderia di chi vorrebbe affrontare le intemperie del mercato, espandersi a livello internazionale, senza riuscire nemmeno ad orientarsi nella routine quotidiana. Ed è proprio questa mentalità ad essere investigata con evidente sarcasmo. La presunta sobrietà di questi instancabili imprenditori della provincia, a diretto confronto con gli sperperi, con le acquisizioni azzardate. La presunta ed ipocrita moralità esibita di fronte a tonache importanti, garanti a loro volta della copertura offerta da alti ambienti ecclesiastici, a diretto confronto con la pochezza delle vite private. L’appoggio iniziale di figure in auge ai tempi del “pentapartito” (eccezionale, in tal senso, la breve apparizione di Renato Carpentieri nel ruolo di un navigato senatore pre-Tangentopoli), a diretto confronto con la gestione del potere più narcisistica e sostanzialmente menefreghista, persino nei confronti di altri imprenditori, tipica dell’era Berlusconi (evocato ma non rappresentato in un eloquente fuori campo). Accade così che la piccola ed opulenta Parma, con le stradine illuminate elegantemente la sera, diventi l’epicentro di un vortice (auto)distruttivo, del quale saranno in tanti a fare le spese. 

Sarah Felberbaum

Con una notevole intuizione registica, Andrea Molaioli conferma la sua scioltezza dietro la macchina da presa variando però lo stile, rispetto al pur pregevole esordio rappresentato da La ragazza del lago. Lì prevaleva una dimensione statica, quasi fatata, atta quindi a rappresentare con toni raggelati gli scenari naturali e antropologici di quel nord-est italiano, che faceva da sfondo a un crimine apparentemente assurdo. In un film come Il gioiellino si è divertito invece a pedinare i suoi personaggi negli uffici dell’azienda, nei corridoi delle banche, davanti alle ricche vetrine della città, rendendo estremamente fluidi e avvolgenti i movimenti di macchina; senza rinunciare poi a qualche significativo ralenti o alla possibilità di giocare con lo spettatore, attraverso il montaggio, rendendogli di volta in volta più familiare o più inaccessibile la vita dei protagonisti. In tutto ciò sarebbe forse precoce attribuire a Molaioli lo status di autore, ma di certo fa simpatia vederlo come un “regista nocchiero”, capace di condurre in porto la pellicola con notevole scaltrezza, selezionando e gestendo al meglio eccellenti contributi tecnici e artistici. La fotografia di Luca Bigazzi è come sempre di altissimo livello, una nota di merito va anche alle musiche di Teho Teardo, che si sta affermando come uno dei più ammalianti, ipnotici compositori italiani di colonne sonore. Troppo ci sarebbe da dire sugli interpreti. Remo Girone e Toni Servillo giganteggiano, come era lecito aspettarsi, in più la bravura e l’inconsueto fascino di Sarah Felberbaum candidano lei, giovane attrice emergente, quale assoluta rivelazione.

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