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Indigène d’Eurasie, “noir” d’autore

Scritto da on domenica, 30 Gennaio 2011No Comment

Sharunas Bartas in una scena del film Indigène d’Eurasie

Forse il nome di Sharunas Bartas non è tra i più conosciuti, al di fuori del circuito festivaliero, ma i film di questo cineasta lituano dall’aria perennemente corrucciata sono soliti far discutere, al pari del personaggio: difficile strappargli un sorriso, ma in questi atteggiamenti che ispirano un “maledettismo” d’altri tempi vi è anche il riflesso di un carattere complicato, fondamentalmente introverso, che può anche risultare seducente. Ad averlo pensato è di sicuro Guillaume Coudray, giovane film-maker transalpino che gli si è messo alle costole con una costanza tale, da consentirgli prima di affiancarlo in alcuni dei progetti cinematografici più avventurosi, offrendogli poi la possibilità di dedicare addirittura un documentario al suo “guru”. Tale lavoro, Sharunas Bartas, an Army of One, è stato proiettato quest’anno al Trieste Film Festival, nel corso di un duplice evento speciale dedicato proprio a questo regista dell’Europa Orientale. Il documentario così personale di Coudray è servito pertanto a stuzzicare l’appetito del pubblico. Ma il piatto forte è arrivato in serata, con la proiezione di Indigène d’Eurasie, l’ultimissimo lungometraggio di Bartas.

Il nuovo film del lituano ha un fascino insolito, un taglio che può soddisfare o persino irritare i fan della prima ora. Dai tempi in cui concepiva opere come Lontano da Dio e da gli uomini (pellicola distribuita anche in Italia, grazie all’intervento di Nanni Moretti) o Freedom, esempi di un cinema rarefatto in cui la narrazione sfiora l’essenziale, ed il modo di condensare l’elemento naturale e la presenza umana nell’inquadratura rivela un tocco inconfondibile, l’autore sembra essersi interrogato sulla riconoscibilità del suo stile; evidenziando così il desiderio di mescolare le carte in tavola. Ne è uscito fuori Indigène d’Eurasie, un noir molto cupo che spazia tra differenti scenari europei, da Mosca alla Francia, con una certa predilezione per l’alternarsi di scene notturne e di altre realizzate in pieno giorno,  ma sotto un cielo plumbeo, minaccioso, che non lascia presagire niente di buono. Genia, il protagonista, è un piccolo criminale disilluso che fa affari con la mafia russa sprofondando progressivamente in una serie di guai, da cui sarà molto difficile tornare a galla. Ad interpretarlo, con la consueta malinconia stampata sul volto, è lo stesso regista. Ciò che stupisce sono gli inseguimenti in macchina, le esecuzioni brutali, ed il conturbante erotismo di alcune sequenze, ovvero situazioni e tempi cui il cinema di Bartas non ci aveva abituato. Ma è come se l’autore volesse riaffermare la propria libertà, inserendo qualcosa di nuovo durante il percorso, per poi recuperare l’attenzione per le inquadrature fisse e per il passaggio dall’ambiente urbano a quello naturale, in alcune scene chiave; ad esempio quelle che raccontano la rocambolesca fuga dalla Russia del protagonista, pronto a rischiare la vita pur di attraversare il confine polacco.        

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