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Intervista a Michele Pastrello – 1

Scritto da on martedì, 22 Marzo 2011No Comment

Dopo la visione di Ultracorpo, un corto che lascia suggestioni forti nello spettatore, abbiamo pensato di interpellare l’autore, Michele Pastrello, del quale già conoscevamo alcuni cortometraggi e video musicali di notevole impatto. Ecco come si è sviluppata la nostra conversazione. 

Nel tuo ultimo short film, Ultracorpo, si avverte a più riprese l’ombra delle aggressioni di natura omofobica, che purtroppo hanno fatto spesso capolino nella cronaca italiana di questi mesi. Come è quando è nata l’idea di questo lavoro?

L’idea è nata mentre ero, scusa la ripetizione, alla ricerca di un’idea. Quei pochi che conoscono la mia filmografia sanno che finora ho girato ogni nuovo lavoro a due anni dal precedente. Perché a volte c’è una certa frenesia nel fare, nel girare e, talvolta, nell’accontentarsi delle idee: è il limite di alcune produzioni indie, un riflesso di una certa fretta di mostrare di cosa si è capaci. Per quel che mi riguarda, auto producendomi ho la fortuna di sceglierli io i miei tempi. Quando è arrivata questa idea, e in essa ho creduto, certamente l’eco di certi fatti di cronaca mi era rimasta impressa. A volte il limite – se limite può essere – di alcune pellicole sul mondo omosessuale è che vengono realizzate o scritte da omosessuali. Il mio sguardo sull’omofobia, invece, è da etero: ho cercato di mettermi nella mente di un omofobo, cercato di immergermi in quella distorsione che lo porta ad avere, oltre che una chiusura mentale, anche una reazione fisica violenta. Ma mi sento di aggiungere che, in fondo, Ultracorpo è una riflessione sulla paura dell’ignoto, e sulla paura dell’immaginare l’ignoto. In questo l’aforisma iniziale, “chi ha paura non fa che sentir rumori”, coglie l’essenza stessa del film.

Un altro aspetto che si fa apprezzare, nel corto, è la spigliatezza con cui ti rapporti al linguaggio del cinema di genere, opportunamente rivisitato ma già presente in altre tue produzioni. Cosa puoi dirci a riguardo?

Oddio, non so se mi rapporto con spigliatezza o meno, sta al pubblico giudicarlo. Personalmente amo tutto il cinema e non sono un fan sfegatato dell’horror. E, in effetti, non credo di fare strettamente film dell’orrore. I miei film sono (tentativi di) incursioni nelle piaghe della nostra società e, quindi, nelle piaghe nelle nostre menti. Che poi io usi una struttura popolare, quella del thriller, per raccontare queste cose, è vero. Se devo dire due titoli del genere che tengo come riferimento, sono Non aprite quella porta di Tobe Hooper e Dark Water di Hideo Nakata, perché sono due esempi di cinema di genere in cui il genere è usato come “riflesso” di temi importanti (e urgenti nel contesto socio-politico in cui erano stati girati).

Dei due protagonisti di Ultracorpo, entrambi molto bravi, colpisce anche la fisicità, nonché il modo in cui essa viene valorizzata. Ci piacerebbe saperne di più sullo stile di ripresa e di montaggio che adotti, in particolare riguardo ai corpi degli attori.

Finora ho cercato di fare due cose: cinema rispettando la mia personalità. Per un indipendente a volte sembra che rispettare la “grammatica” e “l’ortografia” del cinema classico sia un surplus. Per cui personalmente cerco, pur nelle ristrettezze di budget, di fare lavori che sembrino il più possibile visivamente un film, di quelli che si vedono al cinema. E cerco, all’interno di questa sfida, di innestare la mia personalità, con oculatezza, senza far sì che Michele sia un ingombro nel film.

La ripetuta citazione del film di Don Siegel, L’invasione degli ultracorpi, sembra porre in primo piano paranoie simili a quelle tipiche della società americana anni ’50, che la science fiction di quegli anni sapeva abilmente trasfigurare. E’ così o c’è dell’altro?

Non lo so. So che nella mia visione ora la paranoia non si proietta più (solo) verso “l’esterno” ma anche verso “l’interno”, in noi stessi. La nostra società forse sta implodendo, sotto molteplici versanti.

(CONTINUA)

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