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L’Industriale

Scritto da on sabato, 14 Gennaio 2012No Comment

Possiamo esordire dicendo che il valore generale del cinema di Montaldo è fuori discussione, in quanto patrimonio culturale che ha saputo suscitare, specie in passato, un dibattito ampio e dai contorni giustamente critici verso determinate contraddizioni della società italiana. Giuliano Montaldo, è il caso di ricordarlo, ha girato film come Sacco e Vanzetti (1971) e Giordano Bruno (1974), interpretati entrambi da un Gian Maria Volontè immenso, soltanto per citare le pietre miliari di una filmografia che ha sempre preso di petto la realtà politico-sociale del nostro paese, e non solo. Per quanto la poetica del regista, che ha comunque diretto all’inizio degli anni ’80 uno dei migliori sceneggiati RAI , il Marco Polo, si sia affievolita nel corso del tempo, le scintille di una cultura e di un intelletto estremamente vivaci non sono venute meno neanche in anni più recenti: ad esempio con la realizzazione del lungometraggio I demoni di San Pietroburgo, omaggio all’opera e alla biografia di Fedor Dostoevskij magari un po’ ingessato, ma ricco di spunti interessanti.

Qualcosa di simile lo si può tranquillamente sostenere anche per L’industriale, film senz’altro imperfetto ed eppure capace di agganciarsi all’attualità in modo critico, stimolante, giustamente polemico. Ma quale attualità? Quella di un’Italia travolta dalla crisi economica e ulteriormente indebolita dalla corruzione, dal qualunquismo, dalla speculazione autorizzata delle banche, dallo strapotere del mondo finanziario su quello del lavoro. L’Italia di oggi, insomma, con la sua classe lavoratrice sotto attacco ed una macelleria sociale così sviluppata da passare nel tritacarne, talvolta, anche i piccoli imprenditori. Nella fattispecie è un Pierfrancesco Favino decisamente in parte, pimpante ed energico nel dar vita alle ombre, alla combattività e al desiderio di risollevarsi tipici del suo personaggio, ad interpretare l’industriale di turno; ovvero Nicola, piccolo imprenditore dell’area piemontese che vede mani rapaci (quelle di banchieri e holding finanziarie, in primis) posarsi sull’azienda di famiglia, dove sta provando (pur con le immancabili ambiguità e storture di fondo) a conservare un contatto diretto con gli operai rilanciando in qualche modo la produzione. In tutto ciò si inserisce anche la crisi del rapporto di coppia con Laura, bellissima moglie (interpretata da una Carolina Crescentini più convincente che altrove) rispetto alla quale il poco dialogo e il venir meno della necessaria complicità porteranno a una spirale di gelosia e incomunicabilità dalle conseguenze nefaste. Ecco, in realtà, è proprio a ridosso di questa dimensione personale che la pellicola rivela i suoi limiti: nonostante il cast ben assortito (bravi anche Francesco Scianna, Elena di Cioccio, Elisabetta Piccolomini e il rumeno Eduard Gabia che avevamo già apprezzato in Cover Boy di Carmine Amoroso), nonostante la fotografia come sempre magistrale di Arnaldo Catinari, che sa insinuarsi con classe negli spazi urbani e nei ricchi interni borghesi individuati a Torino e dintorni, nonostante questi ed altri pregi la pellicola annaspa, soprattutto nella parte centrale, in una forzata rincorsa del dramma sentimentale vissuto dal protagonista; lasciando così troppo sullo sfondo il desolante quadro sociale e quelle macchinazioni finanziare che, al contrario, si era voluto configurare con discreto vigore nell’incipit del lungometraggio. Sarebbe stato bello, per essere più espliciti, se la dimensione privata e quella pubblica dei personaggi coinvolti nella crisi aziendale si fossero compenetrate con più fluidità, con un maggior numero di sotto-testi critici, ironici e antropologici, come era avvenuto ad esempio nella recente operazione cinematografica ricalcata sul caso Parmalat e affidata all’ottimo Molaioli, e cioè Il gioiellino. Qui invece il buon Montaldo riesce a costruire simili rapporti solo a sprazzi, va comunque detto che nel tratteggiare sia il personaggio di Favino che quanti gli girano attorno ricompare a volte la sensibilità giusta, quella in grado di proiettare su soggetti concreti, caratterialmente ben definiti, le profonde angosce che un’intera società sta vivendo.      

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