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La donna che canta

Scritto da on martedì, 1 Marzo 2011No Comment

Nella scena assai intensa, con la quale ha inizio il film, sono le stesse parole dello sconvolgente atto testamentario letto dal notaio Jean Lebel ai gemelli Jeanne e Simon, comprensibilmente sconvolti, ad introdurci il concetto che “l’infanzia è un coltello piantato in gola, che non si tira via facilmente”. Lo sviluppo del racconto non potrà che avvalorare tale affermazione. Per fratello e sorella (recalcitrante il primo, più pronta la seconda a fronteggiare scomode verità) le parole della madre appena scomparsa, Nawal Marwal, scaveranno un sentiero nel dolorosissimo passato della donna, rifugiatasi in Canada ai tempi del sanguinoso conflitto interno che devastò il Libano. Sarà proprio Jeanne ad accettare la sfida recandosi per prima in Medio Oriente, dove il testamento lascerebbe intendere che siano ancora vivi un padre e un fratello mai conosciuti. Le ricerche in un Libano sostanzialmente pacificato, ma dove le cicatrici della devastante guerra civile sono ben visibili sia sul territorio che nell’animo delle persone, si intreccia così coi flashback che raccontano in modo secco e brutale l’odissea della madre, vistasi uccidere l’amante davanti agli occhi per opera degli stessi famigliari. Lei cristiana dall’indole ribelle, lui musulmano ospite dei campi profughi palestinesi: i contorni della faida acquistano nerbo, da subito, eppure la catena degli orrori è appena all’inizio.

Col suo fascino oscuro e dolente, una pellicola come La donna che canta sfrutta al meglio la complessa narrazione ad incastri, oscillante di continuo tra presente e passato, per rievocare in modo vibrante i retroscena di quella tragedia famigliare i cui presupposti affondano nel dramma di un intero popolo: i passeggeri della corriera ammazzati a sangue freddo perché di un credo differente, l’orfanotrofio dato alle fiamme, le continue rappresaglie, i maltrattamenti e gli stupri nella tetra prigione per detenuti politici ai margini del deserto, cecchini adolescenti pronti a sparare su ragazzi ancora più giovani per le vie di città ridotte a macerie. Notevole il ricettario degli abomini proposto da La donna che canta, ovvero Incendies, il film canadese candidato agli Oscar 2011 e diretto dal talentuoso Denis Villeneuve; su ispirazione, opportuno ricordarlo, del sofferto testo teatrale di Wajdi Mouawad, libanese emigrato per l’appunto in Canada. Ma a prevalere è pur sempre uno slancio umanistico che pone allo scoperto, anche nelle situazioni più cupe, disumane, avvilenti, la forza e il carattere più intimo dei personaggi; con un’atmosfera da tragedia greca, non priva però di macabre ironie, che si fonde abilmente con reminiscenze di quell’approccio cinematografico all’elaborazione del lutto già espresso in forme contigue da registi come Atom Egoyan e Alejandro González Iñárritu. Merita poi di essere sottolineata la potenza di certe immagini, ad esempio le scene al ralenti con la musica dei Radiohead in sottofondo. Oppure un altro dettaglio inquietante: il santino della Madonna sulla canna del mitra che un attimo prima vomitava piombo su gente indifesa, ad imperitura memoria dei crimini particolarmente efferati che le milizie della destra cristiana, con la copertura ideologica della potente chiesa Maronita, seppero perpetrare nella martoriata nazione libanese.

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