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La foresta d’acciaio. Come nasce e prende vita un monumento

Scritto da on mercoledì, 27 Ottobre 2010No Comment

Sullo snodo urbanistico di Roma che costeggia la Basilica di San Paolo è possibile scorgere un nuovo spazio che viene restituito alla collettività come luogo di transito e di memoria: per chi non avesse avuto modo di notarlo percorrendo l’antistante Parco Schuster, stiamo  parlando del monumento in ricordo dei caduti di Nassiriya. Inaugurato nel marzo 2008, ora un film racconta la sua genesi e i suoi significati.

Per la regia di Irene Pantaleo e Lia Polizzotti, La foresta d’acciaio, questo è il titolo, è un documentario presentato al DOC FEST, la rassegna di documentari da poco conclusasi che come ogni Ottobre porta a Roma pellicole da ogni parte del mondo (quest’anno nello storico Cinema Azzurro Scipioni).

L’intento del film è chiaro: quello di mostrare un diverso modo di intendere il concetto di “monumento” nello spazio urbano, e così facendo suggerire anche un diverso concetto di città, una Roma vissuta più da dentro, non più necessariamente lontana, immutabile come un’immagine da cartolina, vizio turistico-consumista in cui anche le istituzioni giocano, ahinoi, una grossa parte.

I diciannove Menhir che compongono l’opera rappresentano in pieno questo intento: nascono infatti grazie al dialogo che l’architettura articola con la forma scultorea che contiene. Attraverso le parole degli autori del progetto, lo scultore Giuseppe Spagnulo, e gli architetti Lucio Agazzi e Maurizio Costacurta, il film ci mostra, con molta semplicità, come alla funzione tipica della contemplazione dell’opera d’arte se ne possa immettere un’altra, più naturale, primaria, inattuale e perciò antagonista (specie in un periodo in cui si caldeggia con pomposità il progetto “Roma Capitale”): ovvero quella del camminare. E’ possibile infatti attraversare, che si venga da Via Ostiense, dal lastricato bianco della Basilica, o dal Lungotevere, le 19 colonne d’acciaio in un percorso che è percettibilmente vitale, nonché sedersi, leggere o anche andare in bici come naturalmente avviene in ogni parco. Le immagini che le due autrici ci mostrano delle persone curiose, divertite, turbate o indifferenti di fronte ai menhir, ci portano come risultato finale a un affrancamento dalla “retorica del dolore”. Lo scultore Spagnulo rifiuta l’imitazione del dolore: lui stesso mentre da buon artigiano viene inquadrato sfornare le sue grandi creature di acciaio, afferma che partendo da un fatto tragico occorre trovare una soluzione che non sia un’opera mimetica  che magari somigli a una bandiera o a un uomo che cade. La soluzione che va cercata oltre la retorica è invece leggera, e soprattutto: viva. Senza ulteriore enfasi, già la consapevolezza di attraversare un monumento funebre provvede di per sé a fornire meditazione, e per ogni visitatore (casuale o direttamente interessato che sia) in un modo personale.

Anche nel momento della massima solennità, ovvero le riprese della cerimonia d’inaugurazione dell’opera, il film trova il modo di proseguire nel suo discorso profondamente a misura d’uomo, trovando la strada della delicatezza e leggerezza. Il militare che prova la tromba con cui suonerà il silenzio è già quel silenzio; ma spogliato della prassi. E’ un sorriso immesso nel rito doloroso.

Proprio l’ultimo appunto che lascia il documentario è quella necessità che un evento drammatico, conteso dalla politica, dall’avidità mediatica, riesca a diventare condiviso da una comunità, a farsi dunque coscienza civile.



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