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La morte del Mare di Aral

Scritto da on domenica, 22 20 Maggio11No Comment

Immagini apocalittiche dal cuore del continente asiatico. “Così stanno uccidendo il mare. Così stanno umiliando il mare.” Non è poi tanto strano che la memoria riproponga i versi dello splendido brano di Lucio Dalla, dopo che i fotogrammi relativi a una delle più gravi catastrofi ambientali della Storia hanno da poco terminato di scorrere sullo schermo. L’impressione in sala è fortissima. Quelle parole, “stanno uccidendo il mare”, che in Come è profondo il mare suonavano paradossali e alludevano metaforicamente a differenti forme di oppressione e di alienazione, dopo la visione del documentario  Aral – Death of a Sea si sono riaffacciate tra i nostri pensieri per una pura e semplice associazione di idee, prese addirittura nel loro significato letterale. Già, può apparire bizzarro, ma l’uomo è stato capace di condannare a morte un mare. In realtà la denominazione più corretta di quello che molti conoscono come Mare di Aral sarebbe Lago d’Aral, trattandosi di uno dei laghi salati (o mari interni) più estesi al mondo. Anzi, va subito precisato che questo lago salato di origine oceanica, situato tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, era il quarto del pianeta per superficie complessiva, ma solo fino ai primi anni ’60. Cosa è successo dopo? Alcune sciagurate decisioni prese dalle autorità sovietiche, come quella di deviare i corsi dei fiumi Amu Darya e Syr Darya per irrigare altre zone, lo hanno privato all’improvviso del necessario rifornimento d’acqua. Essendo venuti meno i suoi principali immissari, la superficie del Lago d’Aral ha cominciato a ridursi drasticamente, tant’è che oggi si è ristretta a circa un quarto di quella che occupava nel 1960. Le coste hanno continuato per tutti questi anni a ritirarsi e desertificarsi, riducendo a livelli di inaudita miseria (soprattutto nella parte uzbeka) la popolazione locale, che prima era dedita alla fiorente attività della pesca. Ed i governi autoritari, corrotti, insediatisi nelle repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale dopo il crollo dell’URSS, pur lamentandosi a livello internazionale della catastrofe in atto, non hanno fatto praticamente nulla a salvaguardia della delicatissima situazione, limitandosi più che altro ad intascare e ripartirsi in modo clientelare una parte degli aiuti umanitari destinati alle aree colpite. 

Fa un certo effetto, del resto, che il breve ma intenso documentario diretto dal giovane cineasta Dimitri Udovicki si apra proprio con un estratto del drammatico discorso tenuto nel 1984 da Islam Karimov, personaggio politico di spicco già negli ultimi anni dell’Unione Sovietica. Karimov denunciava allora il rapido peggioramento della situazione ambientale e invocava interventi. Sarebbe poi diventato, da primo Presidente dell’Uzbekistan indipendente (e lo è tutt’ora), una specie di dittatore dedito a ogni forma di sopruso (le sue spietate repressioni, spesso documentate da siti come Peacereporter, hanno fatto centinaia se non addirittura migliaia di vittime) e ben poco sensibile all’aggravarsi della tragedia umana ed ecologia lungo le coste del boccheggiante Lago d’Aral. Il documentario di Udovicki, pur indagando solo sommariamente sui legami della catastrofe ambientale con la politica locale e internazionale, ne mostra impietosamente gli effetti: ecosistemi distrutti, imbarcazioni abbandonate lungo rive trasformate in aride steppe, intere comunità costrette ad abbandonare l’ormai impraticabile attività della pesca, fame e miseria ovunque. Con la potenza di certe immagini (gli scheletri delle navi nel deserto, la desolazione nei villaggi), Aral – Death of a Sea è valso al suo autore (che vediamo qui intervistato) il premio per la Miglior Regia sezione Ambiente al Salento Finibus Terrae. Per noi è stata una fortuna, invece, poter recuperare il suo lavoro al Festival delle Terre, in programma proprio questi giorni a Roma, più precisamente negli spazi della Città dell’Altra Economia in quel di Testaccio.                          

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