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La pittura dell’anima

Scritto da on sabato, 23 Ottobre 2010No Comment

Presentato in anteprima nazionale al Mosaico d’Europa Film Fest 2010 ed emerso in maniera trionfale dalla cerimonia dei César, uno dei premi più ambiti per chi fa cinema in Francia, “Séraphine” si candida ad essere un film rivelazione. E non solo per il pubblico transalpino, che del resto lo ha già accolto calorosamente. Quello diretto da Martin Provost è un biopic di inusuale intensità, tratteggiato con una miscela assai funzionale di notazioni ironiche e di autentico coinvolgimento emotivo, quasi a seguire i continui sbalzi d’umore della protagonista. Per cui saranno in tanti ad appassionarsi alla piccola, grande storia di Séraphine de Senlis, esponente del movimento neo-primitivo dai trascorsi biografici a dir poco sensazionali: nata povera in una località non lontana dal confine franco-tedesco, impiegata come governante presso una famiglia pressoché ignara del suo talento e intenta soltanto a sfruttarla, la pittrice seppe uscire per un breve periodo dall’anonimato grazie anche all’interessamento di un mecenate, l’accorto collezionista d’arte Wilhelm Uhde. Il momento esaltante da lei vissuto a cavallo della Prima Guerra Mondiale purtroppo sfocerà, dopo il conflitto, nel ricovero in un ospedale psichiatrico, dovuto a quella profonda instabilità emotiva ben esemplificata dai tanti atteggiamenti bizzarri descritti nel film.

Il regista ha comunque il merito di non indulgere in atteggiamenti pietistici, risultando anzi evidente come egli preferisca fornire di questa donna eccezionale un ritratto vivace, contraddittorio, sempre in bilico tra spirali depressive ed entusiasmi travolgenti. Le intenzioni di Provost risultano poi ben coadiuvate dall’impegno degli attori: in primis una fantastica Yolande Moreau, che riesce a comunicare ogni sfumatura caratteriale della sua Séraphine con una interpretazione vibrante, a fior di pelle, capace  di rendere tanto gli aspetti più delicati, sensibili, che quelli senz’altro spigolosi di una natura visibilmente complessa. Ugualmente notevole, nei panni del benefattore Wilhelm Uhde,  la prova di un Ulrich Tukur che ha già dato prova di sottigliezza e misura in svariati film, alcuni dei quali firmati da autentici maestri del cinema europeo, come Haneke e Costa-Gavras.

Di “Séraphine”, pellicola girata con una cura fotografica degli interni e dei dettagli che onora la matrice pittorica del soggetto, ci è molto piaciuta la schiettezza nel ricostruire il vissuto della protagonista, come anche l’attenzione per uno sfondo sociale affrescato in modo mai banale. Sia la dimensione quotidiana che il profilarsi di eventi drammatici vengono infatti resi con una verosimiglianza in grado, almeno a tratti, di ammaliare lo spettatore e di condurlo in un’epoca ormai lontana.

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