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Le cose migliori del Festival di Roma: Kill Me Please

Scritto da on mercoledì, 10 Novembre 2010No Comment

In mezzo a tanti film medi o mediocri al festival del cinema di Roma (in cui personalmente ci sentiamo di salvare almeno Animal Kingdom, film australiano ora in sala e davvero consigliabile, e Las Buenas Hierbas, film messicano molto originale che però difficilmente arriverà nei nostri cinema, oltre ovviamente al fuoriclasse David Fincher che ha portato in regalo agli spettatori del festival The Social Network), non era difficile pronosticare un premio per il film belga Kill me please, di Olias Barco. E’ cosi è stato: la giuria presieduta da Sergio Castellitto ha mostrato coraggio e intelligenza nel far vincere per il concorso principale una pellicola piuttosto inusuale, e quanto mai geniale soprattutto per il modo di trattare un tema piuttosto scabroso come è quello del suicidio. Il film prende spunto da un dato reale: in Svizzera esiste una clinica dove la gente si ricovera per morire volontariamente, e sceglie di farlo nel modo che più le aggrada. Nel film dunque vediamo pazienti con disparati desideri: chi vuole morire mangiando cose prelibate, chi nel mentre di un rapporto sessuale, chi simulando un’ azione di guerra, chi intonando la marsigliese davanti a un pubblico da palcoscenico. Tutti desideri che il volenteroso direttore, nonché psichiatra, il dottor Krueger (un eccezionale Aurelien Recoing) cerca parsimoniosamente di accontentare. Osservando questo direttore, la prima cosa che si chiede lo spettatore è se siamo di fronte al diavolo o all’acqua santa.

Siamo però nel territorio della commedia, ovviamente che più nera e macabra non si potrebbe: i personaggi sono una galleria di strambe macchiette e ognuna nel proprio universo tragico, che però per contrappasso finisce per diventare comico. Kill Me Please fondamentalmente vince una scommessa che è la stessa di film come il celebre Arsenico e vecchi merletti: cioè se si può far ridere parlando della morte e di efferatezze come delitti e suicidi. Ogni situazione riesce a farsi divertente se non demenziale, in particolare perché una banda di attivisti dei paesi limitrofi contro il suicidio e l’eutanasia, e non proprio degli intellettuali, decidono di prendere in mano i fucili intenzionati a sparare contro chi risieda nella “clinica degli orrori”. In quel momento ci rendiamo conto che chi premeditava la morte preso per lo più da cronica depressione, anche provocata da malattie fisiche, nel momento in cui si sente in pericolo di vita per motivi inaspettati fugge cercando disperatamente di salvarsi.  In un bianco e nero piuttosto cupo e freddo non assistiamo soltanto a una serie di follie da comicità demenziale, brillantemente dialogate e coadiuvate da ottime interpretazioni come in ogni commedia degna di questo nome, ma anche ad un discorso non banale e profondo sul senso delle cose, sul significato personale, culturale ed intimo della morte. Kill me Please mette provocatoriamente alla berlina tante ipocrisie e contraddizioni della società occidentale, non ultima la discussione sulla libertà individuale, sui confini di ciò che è propriamente della singola persona, e responsabilità del sistema collettivo. D’altronde, visto che la nostra società può quantificare e monetizzare ogni cosa, perché non citare il nostro direttore quando afferma che il suicidio può anche spesso riassumersi come una perdita di forza lavoro, e dunque di produzione per l’economia di uno Stato. E putroppo siamo davvero nella possibilità di mercificare ogni cosa, anche di così immateriale, e niente è così realistico del dire che siamo sempre in combattimento con problemi di soldi o problemi di anima, e molto spesso contemporanemante.

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