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L’illusionista

Scritto da on martedì, 7 Dicembre 2010No Comment

Tra tante pellicole americane, più raramente giapponesi, che tendono a monopolizzare la programmazione delle nostre sale, il cinema di animazione scopre ogni tanto di avere talenti da valorizzare e da far conoscere al grande pubblico anche nella vecchia Europa. E che talenti, verrebbe da dire! Non ci riferiamo, in questo caso, al lavoro pur pregevole di autori i cui cortometraggi sono rimasti confinati nel circuito dei festival. Ci riferiamo, invece, a quei lungometraggi di animazione, il cui valore poetico è stato fortunatamente riconosciuto da una cerchia di spettatori più ampia. Uno dei registi che più si sono fatti amare, non solo dai bambini, è il francese Michel Ocelot, fine narratore cui siamo grati per i mondi incantati, favolistici, esotici, da lui raffigurati in Azur e Asmar o in Kirikù e la Strega Karabà. Quello di cui si sente più la mancanza, essendo trascorsi diversi anni dall’ultimo film realizzato per le sale cinematografiche, è l’italianissimo Enzo d’Alò: dapprima è stata la sua interpretazione visiva della letteratura per l’infanzia di Gianni Rodari, ovvero La freccia azzurra, ad emozionarci, poi sono venuti altri successi come La gabbianella e il gatto e Momo alla conquista del tempo. Ma il più bravo di tutti rimane, a nostro avviso, Sylvain Chomet.

Non sarà certo un autore prolifico, considerando che dopo il fenomenale Appuntamento a Belleville (suo lungometraggio d’esordio, datato 2003) il cineasta francese ha realizzato solo un segmento del film collettivo Paris, je t’aime, nel 2006, prima di riproporsi alla grande con L’illusionista. Ma la poetica di Chomet, in compenso, è assolutamente inconfondibile. Umorismo elegante, atmosfere dense, tratti lievemente caricaturali adattati a figure malinconiche, scenari dell’Europa che fu e che sembra sopravvivere, come cartolina sbiadita, solo nel nostro immaginario. Il cinema di questo talentuoso animatore, così come abbiamo tentato sommariamente di descrivere, trova la sua celebrazione nelle buffe peripezie di Tatischeff, prestigiatore in tournée tra la Francia e le isole britanniche. Personaggio allampanato, simpatico e stravagante, gentleman dall’aria trasognata sopravvissuto a un mondo che va rapidamente trasformandosi, Tatischeff rappresenta, con la sua cortesia d’altri tempi, una tenera aberrazione a zonzo in quella realtà che sembra aver smesso, già da tempo, di credere alle illusioni. Ed anche la magia dell’incontro con una Cenerentola di provincia non avrà, forse, un effetto durevole. Film d’animazione rivolto più che altro a un pubblico adulto, magari un po’ sognatore, L’illusionista è anche l’incontro tra la poetica di Sylvain Chomet e quella di Jacques Tati, compianto e irragiungibile artista di cui vengono più volte omaggiati film come Mon Oncle, Playtime. Non è certo un caso. Lo stesso soggetto del film di Chomet è la rielaborazione di un progetto, purtroppo non realizzato, del grande cineasta transalpino.             

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