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Nauta

Scritto da on venerdì, 3 Giugno 2011No Comment

Tre uomini in barca (per non parlare del cane), questo era il titolo del celebre romanzo che Jerome K. Jerome scrisse nel 1889, fondendo il classico humour britannico con situazioni alquanto curiose e movimentate. Di ironia ce n’è anche nel film di Guido Pappadà in uscita oggi a Roma e in poche altre città. Qui, però, gli ospiti maschili della barca sono ben quattro. Ed a far loro compagnia vi è anche una donna, la quale, come ad avvalorare le parole diffidenti espresse un tempo dai vecchi marinai, porterà non poco scompiglio. La picaresca spedizione che Nauta racconta è in realtà uno stranissimo viaggio, concepito per sostenere la ricerca di Bruno, per dar vita al suo sogno di sempre: costui è infatti un maturo antropologo che da anni indaga su un misterioso fenomeno naturale, di cui ci sarebbero attestazioni sin dall’antichità. Quando la telefonata di un vecchio amico, Paolo, fa nascere in lui il sospetto che tale fenomeno si stia ripetendo in un isolotto al largo della Tunisia, l’antropologo riesce a farsi finanziare dalle istituzioni italiane (in circostanze un po’ farsesche, che la dicono lunga sulle usanze del nostro corrotto paese) una spedizione scientifica, da effettuare a bordo  di “Mariella”, magnifico yacht a vela di proprietà dell’amico Davide. Con Bruno e Davide si imbarcano altri personaggi: Max, il nuovo marinaio che nasconde un piccolo segreto; l’aitante Lorenzo, appassionato di sport estremi ed esperto sommozzatore; Laura, giovane e seducente biologa arruolata in seguito alla raccomandazione di un influente politico, ma pronta a dimostrare di avere i numeri per offrire un valido contributo all’impresa. Questa loro avventura nel Mediterraneo avrà esiti del tutto inaspettati. 

Difficile prendere posizione rispetto a una pellicola così stravagante, che con pochi mezzi pretende di essere eccessiva in tutto, ad esempio nel coniugare le evidenti tracce new age (la storia è ambientata nei primi anni ’90, quando libri come La profezia di Celestino facevano furore) con soluzioni visive senza dubbio azzardate, insolite, oscillanti tra derive kitsch ed una visionarietà a tratti accattivante, piuttosto insolita per il cinema italiano. Gli esiti sono quindi altalenanti, lo stesso si può dire del background umoristico di una sceneggiatura che non risparmia colpi bassi, mettendo in gioco la fisicità e le tensioni erotiche tra i protagonisti, producendo al contempo una serie di citazioni e di sottotrame talvolta gustose. Restando nell’ambito delle citazioni, fa sorridere il tempismo con cui viene tirato in ballo un personaggio come Ibn Battuta, il grande viaggiatore dell’Islam (quasi un Marco Polo del Medio Oriente), per assicurare appeal a questo “road movie” acquatico. Pur con qualche caduta di gusto, risulta perciò apprezzabile lo spirito con cui è stato realizzato il soggetto, a partire dalla sicura fascinazione delle scene girate in mare, cui Pappadà ha saputo dare un’impronta personale grazie anche alla propria esperienza nel settore degli effetti visivi digitali, utilizzati qui con una certa frequenza ed uno stile decisamente naif, fino a rendere sognanti, fantasiose, barocche certe inquadrature notturne. La vivacità dell’intreccio è assicurata poi dall’istrionismo e dal carico di simpatia degli interpreti, tra cui segnaliamo David Coco, Massimo Andrei, Elena Di Cioccio, Paolo Mazzarelli e Luca Ward, vero e proprio mito del doppiaggio uscito qui allo scoperto, complice una dichiarata passione per la vela. Tutti felici, evidentemente, di poter partecipare alla realizzazione di un film diverso dal solito, godendosi nel mentre le escursioni in mare sullo storico yacht, fatto arrivare appositamente dai Caraibi.

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