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Nightmare, la controfigura del mostro

Scritto da on giovedì, 16 Settembre 2010No Comment

Era il 1984 quando negli incubi di una moltitudine di persone subentrò un uomo con la faccia ustionata, le unghie come artigli e una proletaria maglia a righe. La saga di “Nightmare” (ben sette film) stravolse il cinema e il genere horror, producendo grandi incassi con un nuovo modo di concepire il terrore, il tutto grazie al genio di Wes Craven, il suo primo creatore. Quando ai giorni nostri si vengono a toccare dei miti così radicati nello spettatore (a parte i teenager di oggi), si cammina sempre su un campo minato.

I fan più fedeli, per questo remake del giovane Samuel Bayer che riprende il primo “Nightmare” della serie, probabilmente spereranno che il vecchio Robert Englund ritorni e faccia a pezzetti questo volto digitale così poco espressivo, e non sarebbero nemmeno contrari a dare una simile punizione a questi studentelli dell’America bene così finto alternativi, che hanno come hobby la pittura astratta, e che si annoiano talmente tanto da non aspettare altro che un pazzo pedofilo torni in vita per vendicarsi di chi lo aveva linciato diversi anni prima. Perché la novità del nuovo film su Freddy Krueger è proprio l’indagine su chi fosse realmente e come avvenne la sua morte. Se nell’originale ciò veniva solo accennato, concentrandosi più sull’idea di un’entità raccapricciante, un demone forse, che inspiegabilmente rappresentava una paura ancestrale, e che ognuno di noi riconosceva perché veicolata dal mistero del sonno, Bayer invece insiste su un Krueger fantasma rancoroso e vendicativo. Il buon vecchio Freddy mai vorrebbe dare spiegazioni del perché uccide, sempre preso da una voglia di sfottere prima di uccidere le proprie vittime senza pietà. E l’ironia che lo rendeva così crudele ma simpatico è peraltro qui un pallido ricordo, visto che in pratica non si ride né si sorride mai. Oltretutto chi era affezionato alla sua volgarità, che simbolicamente poteva rappresentare la sessualità repressa dell’America più bigotta, dovrà subire l’onta di un Freddy manifestamente pedofilo e vagamente impotente.

L’unica cosa che il film riesce a portare dell’inquietudine dell’originale, è quel meccanismo assodato (ma nuovo all’epoca) per cui chi guarda non sa mai se sia sogno o realtà. Ma questo gioco di livelli percettivi viene ripetuto a noia, mentre l’indagine confusamente procede tra testimonianze di Freddy su youtube (sic!) e allucinazioni profetiche dei sognatori, che nel frattempo si impasticcano di brutto per non dormire, col risultato di somigliare a chi esce da un rave party. Tutto ciò sarà dunque difficilmente digeribile per chi vide il film di Wes Craven (che si è guardato bene dall’appoggiare il progetto), mentre per i più giovani o per chi non si interessò all’originale, la pellicola di Beyer sembrerà nella media degli horror adolescenziali degli ultimi anni, non ultimo il mediocre “Paranormal Activity”, o forse un po’ al di sotto.

di Valerio Ceddia

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