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Non solo Avatar..

Scritto da on martedì, 19 Gennaio 2010No Comment

Nel mirino Titanic sulla vetta degli incassi di sempre, botteghino stratosferico anche all’esordio in Italia, Avatar conferma che James Cameron è il Re del Mondo – definizione della critica Usa – e che il cinema come lo conosciamo (forse) cambierà per sempre. Ma Avatar non uccide né esaurisce il cinema, come lamentato da apocalittici e nostrani “preveggenti”: con immagini e suoni, e non parole a vanvera, La prima cosa bella di Paolo Virzì e Io, loro e Lara di Carlo Verdone dicono forte (al botteghino), bene (per esito artistico) e in italiano che, anche alla periferia dell’impero, la settima arte ha ancora tutta la vita davanti… Con 12 milioni e passa di euro in 18 giorni, il film di Don Carlo testimonia che il suo passaggio – ancora da metabolizzare e affinare – dalle maschere che furono al “dramma d’autore” è tanto coraggioso quanto benvisto dal pubblico, mentre di Virzì possiamo solo dire che il titolo è fedele, perché di cose belle ne offre tante. La prima sono gli attori: tutti in stato di grazia. Mai così brava Micaela Ramazzotti, maman fatale nella Livorno anni ’70: complice la ritrovata (ad alti livelli) Stefania Sandrelli, che le succede nel ruolo di Anna anziana, ci fa pensare a Io la conoscevo bene di Pietrangeli, mentre il figlio Valerio Mastandrea (Bruno), burbero, ironico e (fintamente) nichilista, e la figlia (fintamente) ordinaria Claudia Pandolfi (Valeria) gareggiano per intensità e aderenza alla parte. Ancora, a distinguersi sono il papà Sergio Albelli, il fratello ritrovato Paolo Ruffini e i piccoli Bruno e Valeria (Giacomo Bibbiani e Aurora Frasca), diretti con briglia sciolta e mano ferma da Virzì, per un affresco familiare che dai Settanta a oggi dice molto di come eravamo e come (non) siamo diventati. Per incipit (il genitore morente), formato (famiglia) e ping-pong temporale vicina a L’uomo nero di Rubini (altro tricolore di qualità), per suggestione prossima a Tutto su mia madre di Almodovar, una Cosa davvero bella che ha le ambizioni del kolossal nostrano – estensione narrativa, cura scenografica e durata, sebbene si potesse tagliare qualcosa.. – e le nervature psicologiche del dramma intimista, sempre baciato dal sorriso e comunque immalinconito dall’ineluttabilità della fine. Che dire, Avatar non è la fine, ma uno sprone a far bene, a qualsiasi latitudine cinematografica. Qualcuno in Italia l’ha capito: film alla mano.

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