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Siberia Monamour

Scritto da on mercoledì, 23 Marzo 2011No Comment

In queste giornate il RIFF (Rome Independent Film Festival) sta continuando a regalare soddisfazioni, sia sul fronte delle produzioni nostrane sia, per esempio, con alcuni lungometraggi di assoluto valore inclusi nella Feature Film Competition. Dopo il delizioso La tete ailleurs (Elsewhere) del francese Frédéric Pelle, la sezione dedicata al concorso internazionale ci ha regalato un piccolo capolavoro, reso ancora più epico da vicende produttive particolarmente travagliate: Siberia Monamour, diretto dal cineasta russo Slava Ross. Paesaggi siberiani mozzafiato fanno da sfondo a una storia, anzi, a tante storie, in cui i rischi della natura selvaggia vanno a mescolarsi  con una serie di azioni ciniche, brutali, che hanno per protagonista la gente del luogo; sebbene facciano capolino, di tanto in tanto, la generosità, la compassione e il coraggio esibiti da alcuni personaggi nei momenti di maggior pericolo. Mentre alcool e solitudine spadroneggiano, in questo angolo remoto della taiga siberiana, si assiste con stupore all’intrecciarsi, spesso imprevedibile, di destini assai differenti tra loro; a partire da quello del bimbo che attende l’ormai improbabile ritorno del padre, dividendo col nonno una catapecchia tra i boschi assediata dal gelo e da cani selvatici sempre più aggressivi e famelici. Non distanti da loro, pulsano altri mondi, evidenziati dall’ingresso in scena di personaggi quali sono, ad esempio, i soldati della vicina base militare, i due sbandati in fuga che saccheggiano le case, qualche giovane donna disillusa del locale bordello, persino una piccola comunità di caucasici guardata con sospetto dagli abitanti del posto. E su tutti il pericolo di qualche fucilata inattesa o delle zanne degli animali. 

Il regista Slava Ross, siberiano di origine ed in grado di assumere un’aria così ispirata, nel presentare la sua opera, da apparire quasi uno sciamano appena sbarcato nella grande metropoli, ha lasciato subito intendere cosa abbia significato per lui la realizzazione di Siberia Monamour: non tanto dieci anni di lavoro, quanto piuttosto dieci anni di vita. Davanti al pubblico del Nuovo Cinema Aquila ha infatti affermato di esser stato dietro al progetto per parecchi anni, dopo aver concepito il soggetto, cercando finanziamenti per girarlo e setacciando come un ossesso la vasta regione siberiana alla ricerca di un posto congeniale alle riprese. Alla fine l’ha trovato, non lontano da Krasnoyarsk (una delle città più grandi della Russia centrale, vi passa anche la Transiberiana), ma ha poi preteso che lo scenografo gli costruisse delle baracche ex novo (e sembrano vecchissime, nel film), visto che quelle esistenti non gli ricordavano a sufficienza i luoghi della sua infanzia, o meglio le immagini che aveva in testa. Tanta la perizia nell’eseguire questa ricostruzione, che per tale lavoro l’art director è stato meritatamente premiato, nel corso di un altro festival. Ad ogni modo le riprese erano iniziate due o tre anni fa, nel cuore della tundra, per essere poi interrotte quasi subito, allorché la crisi economica ha colpito duro anche in Russia: da Mosca avevano stoppato i finanziamenti e così gran parte della troupe ha piantato lì Slava Ross, il quale, caparbiamente, ha insistito e col materiale già girato ha convinto nuovi investitori a fargli finire la pellicola. Tra loro, udite udite, anche un nome noto come Luc Besson, che il giovane regista russo ha voluto ringraziare pubblicamente. Lo ringraziamo anche noi, perché con il suo impasto drammaticamente riuscito di cruda violenza e slanci quasi mistici, di richiami simbolici alla storia russa e incombenza dei grandi spazi naturali, Siberia Monamour possiede quella forza espressiva che ha sempre caratterizzato gli esiti migliori del cinema post-sovietico, in questi anni. Su tutti il devastante Schastye moe (My Joy, 2010) di Sergei Loznitsa, molto apprezzato dalla critica più attenta all’ultima edizione del Festival di Cannes.

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