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Ultracorpo

Scritto da on martedì, 22 Marzo 2011No Comment

Il suo nome è noto, almeno per il momento, soltanto ai più assidui frequentatori di rassegne e festival di cortometraggi, ma chiunque si sia confrontato con i lavori di questo giovane regista, Michele Pastrello, ne avrà probabilmente apprezzato lo stile: un’impronta personale e alquanto perturbante nell’affrontare soggetti scomodi, addirittura sgradevoli, proponendo ardite dilatazioni temporali e riuscendo al contempo ad ipnotizzare lo spettatore, magari con quella rilettura dei generi che in lui assume toni mai scontati. Violenze fisiche e sopraffazione psicologica finiscono così per intrecciarsi, producendo in chi osserva un’ansia crescente. Ne è un valido esempio 32, in cui la violenza sessuale nei confronti di una giovane donna si sovrappone allo stupro del territorio, in un Veneto che esibisce la costruzione di una arteria stradale, ennesima mostruosità paesaggistica, con effetto simile a quello della cicatrice sul corpo umano. Cinema di corpi violati e turbamenti della psiche, quello proposto dal giovane cineasta, che ha realizzato con Nella mia mente un progressivo avvicinamento all’horror, il cui terreno viene sondato ma in modo da far emergere un disagio ancor più sottile, legato comunque all’esplorazione dei meccanismi primordiali della paura. 

Diego Pagotto in Ultracorpo

Siamo arrivati, per tappe, al recentissimo Ultracorpo, dove l’autore si permette il lusso di citare un “cult” come L’invasione degli Ultracorpi di Don Siegel, classico della fantascienza americana anni ’50. Ma sembra che lo faccia solo per il gusto di stabilire un parallelismo, quello tra l’immaginifica espropriazione dei corpi nel lungometraggio di Siegel e la precaria consapevolezza del proprio corpo, da intendersi anche come orientamento sessuale, rivelata ben presto e con esiti angoscianti dal protagonista del corto. Non mancano nemmeno chiare allusioni al sociale: la cornice è infatti quella delle tante, troppe aggressioni ad omosessuali avvenute, soprattutto negli ultimi anni, in un’Italia tendenzialmente oscurantista, chiusa, bigotta. Anche i cittadini di Roma ne sanno qualcosa. Protagonista di Ultracorpo è Umberto (interpretato dall’ottimo Diego Pagotto), un disoccupato che si è messo, pur di sbancare il lunario, ad accettare piccoli lavori presso privati; per esempio riparare le tubature di un fatiscente appartamento, il cui proprietario (Felice C. Ferrara, anche lui decisamente in parte) ha deciso di non celare affatto il proprio insistente interesse per l’altro. Ne scaturisce un rapporto di seduzione/repulsione, destinato con ogni probabilità ad esplodere in modo traumatico. Corpi che si cercano, corpi che si respingono: l’autore è bravissimo a giocare con un immaginario “politicamente scorretto”, interponendo tra i personaggi stralci di visionarietà (sostanzialmente riusciti persino i rischiosi ritocchi in digitale) per approdare poi alla densità materica del corpo ferito, forte dell’appoggio incondizionato offertogli dagli interpreti principali, tutti e due assai convincenti. 

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