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Una sconfinata giovinezza. L’eterno Pupi Avati torna in sala

Scritto da on mercoledì, 6 Ottobre 2010No Comment

Difficile trovare nel panorama italiano un regista più prolifico di Pupi Avati, questa è cosa assodata. Nonostante i suoi 72 anni il regista bolognese non si sente affatto stanco, e a confermarlo esce in sala in questi giorni Una sconfinata giovinezza, film che si propone col consueto impeto nostalgico che contraddistingue l’autore di Regalo di natale, ma che sembra affondare sempre più nell’angoscioso e nel tragico, come visto già nei recenti Il nascondiglio, e soprattutto ne Il papà di Giovanna, colmi di eventi funesti. La storia è quella di una coppia non più giovane, serena ma col rammarico di non aver avuto figli, che si trova destabilizzata improvvisamente dalla malattia di lui, un opinionista sportivo di discreta fama, che pian piano si scopre essere il terribile morbo di Alzheimer.  I due volti protagonisti sono quelli noti di Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri.

Non viene risparmiato nulla nelle immagini dell’implacabile progressione della malattia, tuttavia Una sconfinata giovinezza non è soltanto la cronaca di un’angoscia, è anche un modo per affrontare un’ossessione da sempre di Avati, ovvero il tema della memoria. Il film infatti scorre su due binari: quello del presente, e quello dell’adolescenza del protagonista, ripercorsa negli episodi che più la segnarono nella Bologna degli anni ‘50-60’, e che poi saranno i ricordi più indelebili, cui più si aggrapperà Bentivoglio; appunto quella sconfinata giovinezza del titolo.

Proprio questo doppio registro permette in parte al film di riscattarsi, anche perché davvero può riuscire ad annichilire anche gli spettatori più a loro agio con i vari Love StoryLe onde del destino, o tragedie d’amore e malattia affini, in difficoltà magari sia per l’argomento trattato in sè, col  suo agghiacciante quadro clinico, sia soprattutto per la facile e fastidiosa presa per il bavero sullo spettatore tramite il patimento. Il mondo di Avati anche in un contesto del genere, rimane e rimarrà sempre quello dei primi amori, degli eterni rimpianti, del dialetto emiliano, del “com’era buona la marmellata che faceva la nonna”, del tempo che non c’è più e che comunque vuole essere gelosamente chiuso e sigillato in ognuno di noi. Banale o meno che sia il messaggio, stucchevole o meno che sia la malinconia che lo sottende (continuamente sottolineata da musiche di violini…),  Una sconfinata giovinezza nasconde delle perle qua e là, come l’interpretazione di un Bentivoglio che si supera nel suo regredire a “bambino vecchio”, e le situazioni di crudeltà da provincia malata in cui Avati non si risparmia, non indora la pillola mostrando gli uomini nella loro piccolezza, e descrivendo quel cameratismo che spesso copre le azioni peggiori, che ricordano l’antico Pupi Avati di Zeder o La casa dalle finestre che ridono. Ne è un esempio il personaggio di Gianni Cavina, tornato grande come quando era l’infimo traditore in Regalo di Natale. Da segnalare poi nel cast un’imbiancata Serena Grandi, serenamente lontana da quei pruriginosi anni ottanta che quasi si stenta a riconoscerla.

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