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Up in the air

Scritto da on lunedì, 15 Febbraio 2010No Comment

Locandina del film

Un George Clooney bello come sempre, libero come l’aria (il suo elemento naturale a,quanto pare, nella pellicola) e agguerrito come pochi. Gli elementi per far cadere ai suoi piedi qualsiasi donna ce li ha tutti. Peccato che l’attore interpreti Ryan Bingham, tagliatore di teste, uno di quelli che, anche se vedresti bene sull’altare, nella tua vita speri di non incontrare mai. La sua missione infatti è licenziare, e grazie al suo innato cinismo è uno dei migliori. Esperto, sa come limitare le reazioni dei poveracci che spedisce nell’inferno della disoccupazione, ma soprattutto sa che i sentimenti vanno controllati: i legami sono solo un peso, un qualcosa che lo zavorra a terra e non gli permette di volare leggero nell’aria, tra un aereo e l’altro, impedendogli di raggiungere uno dei suoi grandi obiettivi: il club dei dieci milioni di miglia.
Troppo crudele per risultare reale e per prolungarsi per tutta la durata del film, il bel George incontra Alex, una sorta di suo alter ego femminile, tanto convinta della propria libertà sentimentale, da fargli venire voglia di farle cambiare idea e scoprire con lei la gioia di un viaggio in compagnia. Il vero cinico, però, è sempre il destino, e proprio quando sembra che Ryan/George stia per ritornare col corpo dalle nuvole alla terra, una giovane neolaureata cerca di riportare sulla terra ferma anche la sua testa e nel modo più drastico possibile: convince il suo capo che oggigiorno si può dare il benservito anche attraverso una videoconferenza, rischiando di far precipitare il tagliatore di teste più bravo per mano della propria arma segreta, il licenziamento.
Un invito a sentire realmente i nostri sentimenti e ad ascoltare il battito del cuore delle persone che ci amano, per il terzo centro consecutivo del regista e sceneggiatore Jason Reitman. Dopo Thank you for smoking (2005) e Juno (2008), Reitman firma un ulteriore ritratto satirico, ma carico di umanità, per il quale trae ispirazione dal romanzo omonimo di Walter Kirn, da cui prende spunto per il personaggio di Ryan.
Un’analisi attenta dei sentimenti di chi perde il lavoro, per la quale non serve inventare sceneggiature sofisticate quando chi interpreta il ruolo non ha studiato una parte, ma l’ha vissuta. In nome del realismo più puro, infatti, i disoccupati non sono attori professionisti, ma uomini e donne in reale crisi professionale.
Storie di vita autentica, tanto autentica da risultare amara a volte, ma sulla quale si può anche sorridere.

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