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Viaggio nell’isola misteriosa

Scritto da on venerdì, 17 Febbraio 2012No Comment

Tira più un libro di Verne che un carro di buoi, almeno dalle parti di Hollywood: dopo Viaggio al centro della Terra (2008) ecco arrivare Viaggio nell’isola misteriosa, sempre ispirato alla narrativa del geniale e pionieristico creatore di trame fantasmagoriche, sempre realizzato in un 3D orientato verso la massima spettacolarizzazione delle scene d’azione. Ed è anche lo stesso il protagonista, quello scanzonatissimo Sean Henderson che ora figura come un diciassettenne e che era davvero un ragazzino, nel precedente lungometraggio; ad impersonare il giovane e impavido esploratore è stato chiamato ancora una volta l’emergente Josh Hutcherson (lo Steve di Aiuto vampiro), che in pratica stiamo vedendo crescere, quantomeno sul piano dello sviluppo fisico, proprio in queste mega-produzioni stelle e strisce. Basti pensare che attualmente l’attore ha meno di vent’anni. La centralità di tale figura, un giovanissimo intorno al quale si sviluppano avventure ispirate ai classici della letteratura fantastica di una volta, rende ancora più evidente la chiave post-moderna di simili operazioni. Un po’ come se si volesse rendere accessibile alle nuove generazioni, sul fronte commerciale, un patrimonio di storie universalmente conosciute, incoronate ormai da quel successo globale che dovrebbe favorire aggiornamenti, riproposizioni e processi di restyling, soprattutto a livello iconografico. Ed in Viaggio nell’isola misteriosa di Brad Peyton, che come da copione riprende nel plot la scoperta di un’isola sconosciuta alle mappe, dove le forme di vita hanno dimensioni insolite e il celebre sottomarino Nautilus giace abbandonato insieme al Capitano Nemo (qui ridotto a scheletro), sembra accentuarsi questa deriva post-modernista fino ad inanellare esiti davvero iperbolici: non solo si citano incidentalmente altri classici, come I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, ma viene addirittura spostato il mito di Atlantide dall’Oceano Atlantico a quello Pacifico! Tutto ciò alla faccia del Continente Mu, luogo immaginifico che un tempo risiedeva proprio da quelle parti e che a sua volta avrà accettato malvolentieri il trasloco.

Insomma, se da un lato ci si prende notevoli libertà rispetto agli spunti narrativi di partenza (Jules Verne compreso, ovviamente), dall’altro per tutta la durata del film si ha la fastidiosa impressione che le emozioni siano radiocomandate, i colpi di scena fin troppo prevedibili, le creature in questione già viste un miliardo di volte. Forse solo il mastodontico pesce elettrico sfugge alla regola. Per il resto, come nel precedente Viaggio al centro della Terra di Eric Brevig (che però esibiva maggior fluidità narrativa e una grazia leggermente diversa, nell’illustrare i mondi sotterranei), ci si rifugia da spettatori nel consueto schivare oggetti provenienti dallo schermo, grazie a un 3D impostato per enfatizzare al massimo pericoli e fughe rocambolesche. Ci si sforza poi di sorridere per quelle scene di alleggerimento, per quei frizzi e lazzi affidati talvolta ad attori di grande caratura arruolati per l’occasione, tra cui Michael Caine e soprattutto Luis Guzman, che è un po’ il giullare della stralunata combriccola lanciata alla conquista dell’isola. Se la comicità ristagna qui a un livello decisamente infantile, bisogna però ammettere che il gioco di pettorali ostentato spavaldamente dallo sportivo Dwayne Johnson, così da mostrare al figlioccio Sean come per lui si dovrebbe sedurre una donna, qualche risata più genuina la ottiene.

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