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Dunque lei ha conosciuto Tenco?

Scritto da on giovedì, 23 Giugno 2011No Comment

Una storia che coinvolgerà sentimentalmente gli affezionati tenchiani, ma non solo. Gli anni ’50, Genova, le notti insonni, il jazz, gli amici, le donne, il successo, il tormento, il mistero… e uno spettatore dal buio che ha deciso di parlare. Sono questi gli ingredienti che condiscono la nuovissima versione teatrale del monologo-intervista di Paolo Logli dal titolo Dunque lei ha conosciuto Tenco?, già vincitore del Premio ETI “Per voce sola 2006” ed interpretato in passato come lettura teatrale dalla compagnia “Quelli che con la voce” e da Luca Violini in molteplici occasioni. Ora l’originalissimo testo, che con fantasia e pertinenza storica evoca la grande figura di Luigi Tenco e del contesto in cui si muoveva negli anni d’oro della sua attività attraverso i pensieri, le impressioni e i ricordi di un testimone-ferroviere genovese, rivive sulla scena grazie ad un’intensa  interpretazione di Marcello Mazzarella coadiuvato musicalmente dal quintetto capitanato da Piji, il “cantautore piu’ premiato d’Italia” anche autore delle musiche originali edite da Franco Bixio, e formato da Biagio Orlandi al sassofono, Augusto Creni alla chitarra, Marco Contessi al contrabbasso e Filippo Schininà alla batteria.

Il monologo – che andrà in scena il 7 luglio alle ore 20,30 al Teatro Golden di Roma e sarà registrato dalla televisione, prende spunto da un aneddoto, una storia piccola e forse marginale raccontata tempo fa in televisione da Arnaldo Bagnasco, proprio all’interno di un programma di Paolo Logli: Chiedi chi erano i Beatles. Nel racconto si descriveva Tenco attraversare una galleria della stazione Principe in equilibrio su un binario, suonando il sassofono e sfidando un temporale. Un episodio che esemplifica la personalità di un uomo che non ha mai avuto paura delle poste in gioco, tanto da sbeffeggiare con la sua stessa morte – sia essa un suicidio o un omicidio ancora insoluto – il senso dell’istituzione. Ed è proprio un anziano ferroviere, Gino Grondona, che cerca , con parole sue, di cogliere qualcosa del mito Tenco. Un animo semplice, che assiste con gli occhi sgranati dell’uomo senza qualità a qualcosa che oscuramente allude ad un desiderio e racconta di quelle poche cose che sa di Tenco che lo hanno sfiorato: Luigi e i suoi “amici famosi” (De Andrè, Paoli, Villaggio…) sotto la pensilina della Stazione Principe; qualche brandello di musica e d’amicizia virile catturato andando ad ascoltarli suonare in una cantina al centro di Genova (dove Tenco e i suoi amici hanno suonato davvero); quell’attimo sublime, simbolico, assoluto, di fronte al quale ci si sente piccoli piccoli; il momento in cui Tenco – presagio di morte, eppure promessa di vita eterna – attraversa la galleria dei rapidi, durante una notte di tregenda, suonando Summertime in equilibrio sul binario.

Una messa in scena semplice concentrata sulla voce dell’attore, vero e proprio strumento del concerto, ed arricchita dalle note musicali dal vivo della formazione dalle quali si sviluppa un dialogo interattivo che dà forma ad un’autentica partitura orchestrale, a sottolineare come le parole abbiano scansioni che si appoggiano alle metriche del brano musicale, come l’andamento ritmico dell’intero spettacolo sia continuamente intrecciato, e come i contrappunti non siano solo casuali, ma forniscano ulteriori chiavi di lettura del testo.

Uno spettacolo che porta con sé anche un messaggio di affetto e speranza, come sintetizzato dalle essenziali parole dell’ignaro ferroviere: “Non è che Tenco non avesse paura della morte. Non ci credeva, punto e basta.”

Note dell’autore
Mi è capitato di assistere a monologhi teatrali bellissimi, in cui la funzione della musica era di intermezzo, quasi come se il pubblico dovesse riprendere fiato dopo tante parole. Amo la musica, e di solito mi infastidisce quando viene usata come riempitivo. Una volta partito il brano, mi verrebbe voglia di seguirlo, di lasciarlo sviluppare… e invece, quando le note avevano assolto alla loro funzione di “voltapagina”, finivano sfumate per lasciare posto alla recitazione: nella migliore delle ipotesi, tappeto di sottofondo. Ecco, era esattamente quel che non volevo fare.
Questo monologo teatrale su Luigi Tenco nasce quindi come una sfida: scrivere un testo in cui la voce recitante fosse solo uno strumento – quello solista, certo, ma neppure il solo – di una partitura. Insomma, mi piaceva pensare che ci fosse musica, tanta, attorno alle parole che scrivevo. E che quella musica non fosse solo un sottofondo. Così, nel mettere giù il copione, ho annotato piccoli sinc e attacchi musicali che un giorno ci sarebbero stati. Come una partitura per voce recitante e quintetto jazz, in cui il testo è pensato “assieme” alla musica.
Il jazz. Un altro protagonista del testo. Un jazz sporco di ricordi pop, di radioline, di canzoni ascoltate alla radio e appena canticchiate. Un jazz da amare, e non da spiegare. Il jazz di Tenco, di quella Genova che tra le prime ha accolto i suoni americani, mescolandoli con la grande canzone francese. Di quella Genova che proprio perché borbottona e introversa non si è mai fatta avanti per dire: ehi, guardate che io il jazz l’ho scoperto per prima. Almeno in Italia. Il Jazz di quei quattro o cinque ragazzi che un giorno hanno smesso si suonare nelle cantine e hanno deciso di cambiare per sempre la faccia della canzone d’autore italiana. Mitologia? Può darsi. Ma fatta di storie di tutti i giorni. E quindi con l’andamento sincopato della musica nera.
Paolo Logli

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