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L’Aquila come non la fanno vedere

Scritto da on giovedì, 28 Ottobre 2010No Comment

di Donatella D’Acapito

La presentazione del libro “L’Aquila 2010 – Il miracolo che non c’è” con uno dei due autori, il giovane Alessandro Zardetto; La proiezione del lungometraggio “Radici – L’Aquila di cemento” di Luca Cococcetta, Daniela Braccani, Bonifacio Liris e Iginio Tironi. A far da cornice, domenica 24 ottobre nella libreria Scuola e Cultura a Roma, le foto della ricostruzione, quella dei cittadini con guanti e carriole a tirar su pietre.
Una socialità annientata, una sostenibilità inesistente. È ciò che emerge dalle parole di chi, nella città che non c’è più, ci è nato e cresciuto e chi adesso non ci vive, perché le C.A.S.E. – quelle con i punti che separano ogni lettera – sono lontane chilometri dalla città vera. Di chi, per scrivere de L’Aquila, ha scelto di andare a vedere in prima persona, abbandonando ogni pregiudizio.
Zardetto racconta come, nel febbraio scorso, sia nata l’idea del libro: all’inizio né lui né Sabrina Pisu, coautrice, immaginavano un prodotto editoriale. Volevano andare a verificare ciò che altri dicevano, fotografavano, mostravano. Hanno finito col passare più di tre mesi sul posto, raccogliendo senza filtri le storie degli abitanti dal post tendopoli in poi.
Si sono resi conto che c’era poco di miracoloso in quello che hanno conosciuto, se non il prendere atto di come una risposta parziale ed una normalità che normale non è, siano state sdoganate da gran parte dei media al pari di una risoluzione da manuale. Abitazioni nate come provvisorie si candidano già ad essere la nuova cintura della città. Tanti piccoli Corviale – 19 quartieri satellite per la precisione – dove non sono stati pensati servizi o infrastrutture. Dove non è stato rispettato neanche il più elementare dei criteri nella scelta dell’assegnazione degli alloggi: quello di preservare la vicinanza dei nuclei familiari.
Soluzioni miopi in grado di indebolire il tessuto sociale della popolazione.
La denuncia di “Radici – L’Aquila di cemento” è tutta qui.
Nel video, alle testimonianze degli abitanti, si alternano i pareri di urbanisti, storici, architetti: l’intervento messo in campo dal governo, vista la mancanza di programmazione, è stato dispendioso e socialmente improduttivo. Nessuno è andato a chiedere agli aquilani cosa servisse loro, cosa volevano per il loro territorio. Le aree vincolate e protette, come Camarda o Arischia, son diventate terreni di speculazione edilizia.
Nessuna valutazione sul libro – la faranno i lettori – e neanche sul lungometraggio, che nelle prossime settimane sarà presentato anche a Venezia: parlano i numeri. Il 68% delle abitazioni poteva essere ristrutturato; su 70mila persone solo 17mila hanno avuto una sistemazione abitativa; ad oggi ci sono 30mila sfollati e 3mila persone che abitano ancora negli alberghi. Quelle che chiamano “casette” hanno avuto un costo di costruzione di poco inferiore ai 3mila euro al metro quadro. In una città che conta 26mila studenti, molti fuorisede, il 70% delle strutture universitarie è ancora danneggiato.
L’Aquila è tuttora un’emergenza nazionale. La ricostruzione non è ancora partita. Le strategie messe in campo sono state insufficienti e senza programmazione: non bastano certo 28 visite del Presidente del Consiglio per risolvere le cose.
Una parte dell’informazione ha seguito la propaganda voluta dal governo. L’attenzione dell’opinione pubblica su L’Aquila è venuta meno un po’ per la fisiologia dei tempi di tenuta di una notizia, un po’ perché non c’erano più morti da mostrare.
Mentre gli aquilani aspettano ancora che il parlamento decida di fare una legge che renda strutturali gli interventi, il non fatto rimane ed incombe il timore di essere dimenticati in favore di altri miracoli mancati. Terzigno in primis.

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