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L’Aquila 2010: Il Miracolo che non c’è. Intervista ad Alessando Zardetto

Scritto da on giovedì, 28 Ottobre 2010No Comment

di Donatella D’Acapito

Alessandro Zardetto ha cominciato ad occuparsi del terremoto subito. Lo ha fatto lo scorso anno con una mostra fotografica ad appena un mese dal 6 aprile, ritraendo i luoghi dimenticati perché senza morti da piangere.

D: Come nasce l’idea del libro?

Che qualcosa non funzionasse a L’Aquila, appariva già dalle dinamiche delle tendopoli. Troppo militarizzate, troppo forti i divieti di riunirsi in assemblea. Superata la prima emergenza, con Sabrina Pisu, autrice insieme a me del libro, abbiamo scelto di vedere la nuova vita della città. Siamo stati a L’Aquila circa tre mesi. Entrando in contatto con la popolazione, abbiamo riscontrato delle falle sociali figlie non solo del sisma, ma soprattutto di una mancata strategia programmatica in grado di far ripartire la città.

D: Dove appare la mancata programmazione?

Partiamo dal progetto C.A.S.E. Si diceva che così tutti gli aquilani avrebbero avuto una nuova abitazione, ma è accaduto solo ad un quarto di loro. Ci sono ancora 30mila sfollati e 3mila persone cha vivono negli alberghi. Se avessero scelto i container di ultima generazione – ma la parola container era tabù, perché ricordava l’Irpinia – avrebbero speso la metà dei soldi; il resto poteva essere usato per ristrutturare gli edifici, cosa possibile nel 68% dei casi. In questo modo oggi tutti avrebbero una casa.

D: I container avrebbero rappresentato la provvisorietà; le nuove case,apparentemente gradevoli, si candidano a divenire definitive. E’stata ridisegnata la cinta della città?

È la new town nella sua peggior declinazione: un organismo con 19 molecole impazzite, i quartieri satellite, che abbraccia un’area che arriva a misurare, da un estremo all’altro, circa 50km. Questa new town crea dispersione e non risolve il nodo abitativo: assente ogni criterio di socialità nell’assegnazione delle nuove case, trascurate le esigenze degli anziani. Senza contare lo sperpero di denaro. I materiali utilizzati nella costruzione dei moduli abitativi sono provvisori: ci sono già problemi strutturali e non ci sono soldi per la manutenzione. Eppure mancando le linee guida sulla ricostruzione, queste case sono per forza definitive.

D: E’ stato dato un impulso all’economia?

No. Non c’è una legge organica che stabilisca dei criteri di rilancio, ci sono soldi solo sulla carta. Le imprese che hanno provato a ripartire, hanno anticipato i soldi di tasca loro e non hanno ancora avuto l’indennizzo stabilito. Poi c’è l’università, motore trainante a L’Aquila. Prima del terremoto gli iscritti erano quasi 27mila. Oggi sono 21mila: un calo contenuto se si pensa che gli unici provvedimenti sono stati presi a livello locale, come quello di sospendere per tre anni i pagamenti delle tasse universitarie.

D: Dal terremoto a l’allarme rifiuti. Cosa manca per evitare che le emergenze diventino focolai sociali?

Il problema è come si legifera. A L’Aquila si è andati avanti a forza di ordinanze, c’è stato un solo decreto Abruzzo poi divenuto legge, ma non ci si è più messo mano. Si va avanti con interventi spot. Non c’è programmazione perché elettoralmente non paga. La credibilità e la popolarità del governo, per quel che è stato fatto nell’immediato, sono cresciute; ma a ben guardare, adesso, ti accorgi che quel che è stato fatto è insufficiente.

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