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Fondo Difesa, a chi conviene valorizzare le caserme

Scritto da on martedì, 19 Ottobre 2010No Comment

Nonostante sia in calendario da giorni, stenta ad iniziare la discussione in Consiglio Comunale sulla delibera riguardante la valorizzazione degli immobili inseriti nel cosiddetto Fondo Difesa. Di certo c’è che l’opposizione promette battaglia e si sta già armando di emendamenti ed ordini del giorno.

Il protocollo d’intesa fra Ministero della Difesa e Comune di Roma è stato siglato all’inizio di giugno. Nonostante ciò, senza l’ok dell’Assemblea capitolina la valorizzazione delle ex caserme e dei forti dismessi non vedrà luce.

Roma è il primo Ente Locale che si confronta con il Fondo Difesa. Il Sindaco Gianni Alemanno, con un pizzico di orgoglio, non ha tardato a definire la città il laboratorio del federalismo demaniale. Ma ad adombrare quello che sembra il percorso virtuoso di un comune spesso intrappolato nelle lungaggini burocratiche, è la motivazione che emerge in controluce. Sì, perché più che di rapidità amministrativa, in questo caso si può parlare di due esigenze che si incontrano.

Da un lato, infatti, c’è il Ministero della Difesa che, per garantirsi le risorse necessarie a soddisfare le esigenze strutturali ed alloggiative delle Forze Armate, promuove la costituzione di fondi immobiliari di investimento atti a valorizzare e vendere alcuni immobili militari attraverso accordi di programma con gli enti locali. Dall’altro, abbiamo Roma con la sua necessità di vedersi garantito il Piano di Rientro.

Come la valorizzazione degli immobili militari soddisfi entrambe le necessità è presto detto.

Nel Fondo Difesa, riguardante gli immobili presenti sul territorio del Comune di Roma, sono stati indicati 15 stabili da alienare o valorizzare. Quattro di questi – e cioè lo Stabilimento militare materiali elettrici di precisione sito in Via Flaminia 25, i Magazzini A.M. di Via dei Papareschi, la Direzione Magazzini Commissariato di Via del Porto Fluviale ed il Forte Boccea – sono disponibili da subito. Gli altri sono ancora utilizzati per finalità istituzionali del Ministero della Difesa che, fino alla riallocazione delle funzioni militari presenti negli stessi, continuerà ad usufruirne a titolo gratuito anche dopo il loro trasferimento al fondo.

Terminato il processo di valorizzazione degli immobili, il loro valore sfiorerà i 2,5miliardi di euro. Di questi, 600mln andranno a finire nelle casse capitoline (500, nello specifico, sono destinati al Commissario Straordinario per il Piano di Rientro). Il resto andrà al Ministero. Ebbene, se il Comune di Roma non avesse siglato il protocollo con la Difesa per avviare le pratiche del fondo immobiliare, quest’anno sarebbe stato impossibile ipotizzare l’anticipo dalla cassa Depositi e Prestiti per finanziare il Piano di Rientro, soldi che fra l’altro ancora non arrivano. Dietro al desiderio del Sindaco di essere attento “allo sviluppo del territorio e alla trasformazione di ambiti strategici per la riqualificazione dell’intero organismo urbano”, si cela una premura dettata dalle esigenze di cassa.

Ma un altro soggetto appare nella pianificazione. Gli stabili indicati sono tutti classificati come immobili di gran pregio e dunque assoggettati alla disciplina prevista dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, di cui al decreto legislativo n. 42 del 22 gennaio 2004. Ciò significa che Ministero e Comune si impegnano ad accettare le condizioni per le quali potrà essere espresso parere favorevole sul progetto definitivo da parte della competente Soprintendenza per i Beni Architettonici e del Paesaggio di Roma.

Sarà interessante seguire come la Soprintendenza si esprimerà e come questo parere si incastrerà con due variabili interessanti inserite negli accordi. La prima è che l’amministrazione ed il Ministero si impegnano a tenere conto delle esigenze dei Municipi coinvolti. La seconda, invece, ha a che fare con la distribuzione della Superficie Utile Lorda (SUL). Il mix funzionale, infatti, prevede che almeno il 30% di SUL vada per l’abitativo; la stessa percentuale sia destinata poi al commerciale, a servizi e a strutture turistiche ricettive e produttive; che non meno del 10% e non più del 20% resti pubblica e che, di conseguenza, la quota flessibile non superi il 30%. Dalle destinazioni sono escluse quelle per il commercio all’ingrosso e quelli per depositi e magazzini. Roma non è nuova a speculazioni edilizie e la rassicurazione delle percentuali sembra fragile.

La delibera spacca maggioranza ed opposizione. I tempi della discussione in aula sono incerti; più sicuro l’esito. Il centrodestra ha bisogno di questo introito e, di certo, le truppe del Sindaco saranno schierate. La rincorsa ai soldi di Alemanno&Co, iniziata con la redazione della massa passiva, sembra senza fine.

Di contro, l’opposizione non ci sta a vedere i trasferimenti statali che – come federalismo vuole – arrivano sì alla città, ma poi si limitano a poche briciole.

Influenzato dalle logiche del Governo centrale, il Primo Cittadino fa di Roma uno dei maggiori finanziatori dello Stato. Dopo il convivio di piazza dei giorni scorsi, continuare a mettere carne nel piatto della Lega comincia ad essere indigesto.

di Donatella D’Acapito

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