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Confessions

Scritto da on domenica, 5 Giugno 2011No Comment

Se all’ultima edizione del Far East ci era rimasta qualche perplessità per l’assegnazione dell’Audience Award, ambito premio del pubblico, ad Aftershock del cinese Feng Xiaogang, nulla da dire invece sui premi piovuti a raffica sullo splendido Confessions. A Udine l’opera del talentuoso cineasta nipponico Tetsuya Nakashima  si è infatti aggiudicata due riconoscimenti importanti, il My Movies Audience Award e soprattutto il  Black Dragon Audience Award, attribuito da una categoria di accreditati particolarmente qualificata. Pur essendo trascorse alcune settimane dalla conclusione del festival, abbiamo pensato di concludere idealmente il nostro reportage con queste poche righe dedicate a Confessions, proprio perché, tra tutte le novità cinematografiche presentate nell’edizione 2011, questa visionaria pellicola è quella che più ci ha scavato dentro. Il film di Nakashima, di cui potete ammirare qui il trailer, non ha al momento una distribuzione in Italia ed è anche per questo che vogliamo segnalarla a chi di dovere, trattandosi di immagini in grado di lasciare turbato e al tempo stesso ammaliato l’immaginario del pubblico.

Del resto, il carattere eccentrico e le notevoli peculiarità del cinema di Nakashima non si scoprono certo adesso, già nelle passate edizione il pubblico di Udine aveva potuto prendere confidenza con l’impronta visiva esagerata, barocca, dei precedenti Kamikaze Girls (2004) e Memories of Matsuko (2006). Mentre quest’ultimo, però, ci aveva offerto comunque l’impressione che l’autore stesse raggiungendo un più alto grado di maturità, c’è da dire che fino ad ora la magia delle immagini non sempre si era rispecchiata nella coerenza del racconto, nel saper scolpire i personaggi. Con Confessions riteniamo che sia avvenuto un chiaro salto di qualità. Questo atipico revenge movie è un noir congelato nel tempo, imprigionato tra i tanti flashback che danno un senso vertiginoso e labirintico alla struttura narrativa, calcolata al millimetro. La vendetta in questione è quella di una giovane insegnante giapponese, Yuko Moriguchi, la cui bambina è morta in circostanze sospette. A molti pare che sia semplicemente annegata in piscina, che la sua caduta sia stata accidentale, ma ben presto si fa strada un’orribile verità. Nel lunghissimo prologo, dotato come tutto il film di una notevole eleganza formale (tanto da fare il paio, volendo, col virtuosismo di Lars Von Trier nella sequenza iniziale di Antichrist), le parole apparentemente distaccate, fredde e pacate di Yuko preludono alla durezza dell’accusa: la morte della figlioletta sarebbe da imputare al sadico e perverso piano concepito da due studenti carichi di frustrazioni, carenze affettive, deliri di onnipotenza, rabbie faticosamente tenute a freno. Ma anche il resto della classe e del corpo insegnante, tra famiglie disfunzionali, istinti di sopraffazione diffusi e tare psicologiche di varia natura, non è certo messo meglio. Ecco, da tali premesse avrà luogo un’incredibile catena di delitti e vendette, indubbiamente atroce, ma raccontata talvolta con sottile e nero umorismo. Già, perché ai colori desaturati, alle fantasiose inquadrature e alle altre delizie di una regia ispiratissima, raffinata, quasi in stato di grazia, fa da contrappunto un ritratto assai livido dell’attuale società giapponese; una società dove, tra competizione sfrenata e mancata ricomposizione delle aspirazioni individuali in una dimensione collettiva che sappia comunicare qualsivoglia valore, gli equilibri psicologici vanno inesorabilmente in frantumi. Una società, quindi, che presto o tardi genera mostri.

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