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Grandioso Messiah à la manière de Fabio Biondi

Scritto da on martedì, 13 Dicembre 2011No Comment
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Sul podio dell’Orchestra e del Coro di Santa Cecilia il celebre artista siciliano
dirige il capolavoro di Georg Friedrich Händel nella versione di Dublino

Fabio Biondi incarna oggi il simbolo della perpetua ricerca dello stile, di uno stile che vuole essere libero da condizionamenti dogmatici e sempre interessato alla ricerca di un linguaggio unico e originale. E il più classico e grandioso dei programmi natalizi, il Messiah di Georg Friedrich Händel, sarà diretto da uno specialista come lui sabato 17 dicembre ((Sala Santa Cecilia, ore 18,00, repliche lunedì 19 ore 21,00 e martedì 20 ore 19,30) questa volta sul podio dell'Orchestra e del Coro di Santa Cecilia (e non come di consueto alla testa della sua Europa Galante) per la Stagione Sinfonica dell’Accademia. Cast vocale di primissimo piano con Carolyn Sampson soprano, Romina Basso mezzosoprano, Jeremy Ovenden tenore e Vito Priante basso.

“Contrariamente all’idea che il Messiah dimostri una sorta di ‘ispirazione mistico-musicale’  – afferma Biondi parlando della sua interpretazione – e che esso rappresenti un unicum nel panorama oratoriale haendeliano, la riflessione alla quale si giunge al momento della sua esecuzione è: quale taglio interpretativo e quale versione utilizzare? Haendel era un uomo di grande capacità artistica ma anche manageriale. Il Messiah rappresentò una opportunità irripetibile per presentarsi al pubblico di Dublino con armi consone per destare ammirazione (e far soldi) in un ambiente dalle scarse capacità di mezzi ma caratterizzato da una pura semplicità d’ascolto. Il compositore imbastì la partitura (lo voglio ricordare, utilizzando musica precedentemente composta anche per l’opera) non immaginando la diffusione che questo lavoro avrebbe avuto negli anni seguenti; la monumentalità a cui siamo abituati riflette, quindi, dopo la parentesi irlandese, lo sfarzo dell’ambiente londinese, una re

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altà lontana dai criteri sui quali la partitura fu creata.
Sappiamo che durante gli ultimi anni della sua vita  – continua Biondi – il compositore tornò con molta commozione al ricordo di questa tournée in terra d’Irlanda; la facilità e l’affetto (ed il successo, ovviamente) che gli tributò il pubblico lo compensarono delle sconfitte subìte negli anni precedenti nel campo dell’opera a Londra.
Scegliere di eseguire il Messiah di Dublino, quindi, lungi dal voler affermare una “superiorità” di questa versione rispetto alle altre, vuol dire riportare questo lavoro alla sua primordiale semplicità e ai suoi contenuti umani, lontani dai miti sontuosi e mistici che da sempre caratterizzano, nell’immaginario collettivo, questo capolavoro musicale”.

L'idea per il Messiah nacque da Charles Jennens, che aveva già scritto per Händel il libretto per l'oratorio Saul e probabilmente anche quello per Israel in Egypt. Lo spunto per il nuovo oratorio venne dall'invito per una serie di concerti a Dublino: Händel scrisse la musica con la sua solita velocità, utilizzando in parte –  come in altre opere ed oratori – pezzi esistenti. Iniziato il 22 agosto 1741 finì il primo atto il 28 agosto, il secondo il 6 settembre ed il terzo il 12 settembre. Con la strumentazione, la partitura era completata il 14 settembre, quindi in 24 giorni.
Il 13 aprile 1742 il Messiah fu eseguito per la prima volta (la prima di una lunghissima serie di esecuzioni) a Dublino come concerto di beneficenza, ed ottenne un successo straordinario. Händel stesso ha diretto il Messiah più volte, modificandolo spesso per adattarlo a esigenze diverse: nessuna versione può pertanto essere considerata autentica e ulteriori modifiche ed arrangiamenti sono stati effettuati nei secoli seguenti, ad esempio da Wolfgang Amadeus Mozart per conto di Gottfried van Swieten.
La pagina più famosa è l'Alleluia, che conclude la seconda delle tre parti: quando re Giorgio II d’Inghilterra udì per la prima volta questo brano, ritenne il valore della composizione tale da meritare ch'egli si levasse in piedi e rimanesse in quella posizione, in segno di rispetto, per la durata dell'intero brano.

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