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Il discorso del re

Scritto da on venerdì, 1 Aprile 2011No Comment

Re Giorgio VI d’Inghilterra o semplicemente Bertie, per i più intimi. Tra costoro, identificabili perlopiù coi membri della casa reale inglese, si farà strada una figura insolita: l’eccentrico logopedista Lionel Logue, di origini australiane, incontrato dal futuro monarca nel periodo tra le due guerre mondiali. E cioè quando era già in vita il padre Giorgio V. Ancor prima, a voler aggiungere un dettaglio importante, che il trono venisse provvisoriamente occupato da re Eduardo VIII, ovvero il fratello di Bertie erede designato al trono e tuttavia incapace di conservarlo, per via di una condotta personale fin troppo anti-convenzionale, libera, audace: difatti la sua precoce abdicazione fece epoca. Così come fu evento capace di destare qualche preoccupazione, presso i sudditi dell’Impero Britannico, la successiva incoronazione del fratello, considerato meno energico e sostanzialmente inadatto a ricoprire tale ruolo. Ma quale era la tara più evidente del povero Bertie? Ebbene, già prima di salire al trono il giovane principe aveva evidenziato una certa riluttanza nei confronti delle situazioni e, soprattutto, dei discorsi ufficiali. Qualcosa che andava al di là della semplice introversione: Bertie era balbuziente. Investigando con arguzia, sensibilità, lieve ironia, sul confine tra immagine pubblica e dimensione privata del personaggio, affrontando poi con fare discreto le probabili cause psicologiche di tale imbarazzo, il film diretto in modo alquanto classicheggiante da Tom Hooper (tra le sue regie Red Dust, 2004 e Il maledetto United, 2009) pone al centro del racconto proprio quel complesso rapporto creatosi tra il futuro re e colui che, col tempo, sarebbe diventato il suo logopedista di fiducia. Tutto ciò ha dato vita a un duetto da Oscar: premiato il protagonista Colin Firth (Bertie), nomination per Geoffrey Rush (Lionel Logue), entrambi in grado di dare il meglio nel corso di scene senza dubbio brillanti, studiate apposta per far esprimere al massimo grado il loro  talento.

Senza contare che il cast assemblato per Il discorso del re può vantare altre presenze eccellenti, su tutte Helena Bonham Carter (nel ruolo della consorte di Bertie, bravissima come sempre), Guy Pearce (David, ovvero Eduardo VIII), Derek Jacobi (l’arcivescovo Cosmo Lang) e Timothy Spall (da noi più apprezzato in altri ruoli, qui un po’ ingessato nel rappresentare Winston Churchill, grande aderenza fisica al personaggio ma un effetto finale troppo da museo delle cere). Per quanto detto finora, sembrerebbe che si guardi con estremo favore ai quattro Oscar racimolati dal film di Tom Hooper: Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista e Migliore Sceneggiatura Originale. Invece non è così. Rispetto a pellicole realizzate con un’impronta più personale, rischiosa, come ad esempio Black Swan di Darren Aronofsky, Il discorso del re appare incanalato su un binario più convenzionale, tant’è che Tom Hooper (la cui regia è comunque solida, ben costruita) nella prima parte sembra voler uscire dal seminato, inserendo inquadrature grandangolari e altre variazioni stilistiche che le prime volte rendono bene, ma alla lunga stancano. La stessa sceneggiatura appare in qualche modo sbilanciata: di grande effetto gli incontri tra Bertie e il suo trainer Lionel Logue, un po’ più scontata la rappresentazione dei giochi di potere e dei momenti di maggior afflato umano a Buckingam Palace. Si approda così a una parte finale che risulta ad ogni modo convincente, intensa, persino emozionante grazie al montaggio avvolgente, vorticoso, dello storico discorso di Giorgio VI alla nazione appena entrata in guerra, con l’ottima scelta della Settima Sinfonia di Beethoven ad impreziosire ulteriormente la colonna sonora.

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