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Il mito di Kaspar Hauser secondo Davide Manuli

Scritto da on mercoledì, 1 Febbraio 2012No Comment

Presentato come evento speciale in questi giorni al Festival di Rotterdam, La leggenda di Kaspar Hauser si inserisce come un’autentica mina vagante nell’assefuatto panorama cinematografico italiano. Già nel suo lungometraggio precedente, Beket, Davide Manuli aveva mostrato una cifra poetica assolutamente personale, un’emotività per immagini fortemente stilizzata. Prosegue sulla scia di Beket anche il racconto su Kaspar Hauser, personaggio tra realtà e fantasia del romanticismo tedesco che ha ispirato film e opere letterarie, (il più famoso L’enigma di Kaspar Hauser di Werner Herzog, di cui il film di Manuli non è affatto un remake), in cui appunto Manuli ricorre nuovamente a un suggestivo bianco e nero, che definisce con sguardo anomalo ancora una volta il paesaggio desolato, scarno a tratti  desertico, della Sardegna. L’assoluta priorità nel cinema di Manuli pare essere proprio lo studio dell’immagine, e con essa del suono, che si sovrappongono in modo deciso rispetto al racconto. Molti dunque potrebbero rimanere spiazzati di fronte a una quasi assoluta assenza di trama, ma anche al senso di estemporaneità, casualità e a tratti idiozia che volutamente fa parte delle parole dei personaggi. A partire da un sorprendente Vincent Gallo, che si sdoppia in due parti per l’occasione, ogni personaggio pare inchiodato ad uno stereotipo che però allo stesso tempo si allontana da logiche conosciute: lo sceriffo, la veggente, lo spacciatore, la duchessa, il sacerdote , questi i protagonisti del film, compongono un mosaico di vita – non vita in un piccolo paese fantasma senza luogo nè tempo. In un contesto così prettamente surreale, lo spettatore deve solamente lasciarsi andare accettando il gioco e l’ironia dell’operazione, trainata da rimandi al cinema western e da una musica elettronica invadente ed ipnotica. Fa piacere, specie pensando alle possibilità distributive della pellicola, che ad un’ operazione così sperimentale si sia prestato un cast di primo piano: dal citato Vincent Gallo, autentico mattatore con una recitazione eccessiva, sempre sopra le righe (e che tra l’altro si scopre parlare anche un buon italiano), a Claudia Gerini, a Fabrizio Gifuni (presente anche in Beket), fino alla performer nota nel panorama teatrale italiano come leader del gruppo sperimentale “Motus”, Silvia Calderoni, qui nella parte proprio del principe idiota (o genio a seconda dei punti di vista) Kaspar Hauser. Si spera dunque in una distribuzione all’altezza per un’opera che si propone come uno degli avamposti del cinema surreale in Italia, un terreno anomalo e poco battuto in cui Manuli si muove disinvoltamente e la cui forza sembra essere quella capacità di sperimentare senza freni ma allo stesso tempo non dando la sensazione dell’esercizio di stile, sempre cercando invece di comunicare in modo diretto con lo spettatore tramite la poesia.

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