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Il week end di Santa Cecilia

Scritto da on venerdì, 22 Aprile 2011No Comment

Water Passion o la musica senza confini di Tan Dun

Amo il contrappunto di Bach. Non solo nota contro nota, ma anche linguaggio contro linguaggio, immagine contro immagine, cultura contro cultura
Tan Dun

Sul palcoscenico 17 ciotole di acqua trasparente che formano una grande croce, illuminate dal fondo: l’acqua, con la sua immagine visiva di impressionante potenza, l’acqua con il suo suono antico ed evocativo. La grande croce divide i due cori, i solisti, gli strumenti ad arco. I percussionisti sono alle tre estremità della croce, il direttore è al quarto braccio. Le prime parole che si ascoltano sono: “Nell’acqua si sente un suono, nel buio le lacrime sono versate per la rinascita”. Sono le prime battute di un’opera di estrema bellezza: Water Passion After St. Matthew. L’autore è Tan Dun, eclettico compositore cinese, premio Oscar per la colonna sonora del film La tigre e il dragone che torna a Santa Cecilia il 29 aprile (ore 20.30 Sala Santa Cecilia) per presentare la sua Passione moderna, composta nel 2000 su commissione della Internationale Bachakademie Stuttgart in occasione del 250esimo anniversario della morte di Johannes Sebastian Bach. E protagonista del concerto

il Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, appena reduce dai successi scaligeri.
Water Passion comincia e finisce con il suono dell’acqua. Tan Dun va oltre il racconto tradizionale della Passione cominciando con il battesimo di Cristo e finendo con un’evocazione alla resurrezione. Tutto costruito musicalmente su una varietà di stili vocali, caratteristica cifra del compositore, dalle armonie della Mongolia a quello che lui chiama calligrafia acuta con cui è scritta la musica dell’Opera di Pechino. E queste tecniche sono combinate tra loro con la scrittura a quattro parti vocali per il coro e con i recitativi declamati per i solisti. Tan Dun rende le parole di Cristo con tenerezza e trasparenza e più vibranti di tutte le altre parti vocali. Anche la scrittura degli strumenti, molti dei quali originali, subisce le più diverse influenze culturali. Il compositore è qui interessato a usare tutti quegli strumenti che si sono sviluppati lungo l’antica Strada della Seta, dallo erhu (sorta di violoncello), al violino mongolo a testa di cavallo, al Kemanche (violino), allo xun (antico flauto cinese di ceramica). E anche laddove vengono usati strumenti occidentali, Tan Dun ne ricava modulazioni, microintervalli, lunghe melodie di carattere melismatico. Sono presenti, inoltre, altre fonti di elaborazione sonora; molti suoni naturali, infatti vengono trattati elettronicamente.
Il testo, diviso in due parti, è tratto principalmente dal Vangelo secondo Matteo, intercalato da brevi riflessioni poetiche del compositore.

Peter Eötvös sul podio per Barbablù
e la bella violinista scalza
33 anni, violinista in inarrestabile ascesa. E’ Patricia Kopatchinskaja, la cui caratteristica, oltre al fatto di essere una musicista di grande virtuosismo e talento è quella di esibirsi a piedi nudi. “Il contatto fisico con il palcoscenico mi mette a mio agio. E’ una sensazione animale quella che provo. Essere a piedi nudi, mi fa sentire più sicura, mi radica al suolo”. La Kopatchinskaja sarà uno dei motivi di interesse del concerto di sabato 30 aprile (Sala Santa Cecilia ore 18, repliche 2 maggio ore 21 e 3 maggio ore 19.30) per la Stagione Sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia che vedrà impegnato sul podio dell’Orchestra di Santa Cecilia il celebre compositore ungherese Peter Eötvös. E di Eötvös la violinista moldava sarà interprete del toccante e bellissimo Concerto per violino e Orchestra composto nel 2007 in memoria dei sette astronauti morti nel disastro dello Space Shuttle Columbia del 2003.

Torna il numero sette, magico, sacro e sinistro come le sette porte “sciaguratamente” aperte dalla protagonista Judit, con il Castello di Barbablù opera in un atto di Bela Bartók (prima rappresentazione Teatro dell’Opera di Budapest 1918) su libretto di Béla Balázs unico lavoro lirico del compositore ungherese, eseguito nella seconda parte del concerto.
Interpreti del Castello di Barbablù il mezzosoprano ungherese Ildiko Komlosi impegnata nel ruolo di Judit e il basso Peter Fried, ungherese, noto per il vastissimo repertorio che dalla musica barocca spazia sino al contemporaneo.

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