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K. is back!

Scritto da on giovedì, 12 Gennaio 2012No Comment

L’opprimente scenografia allestita da Carmelo Giammello fagocita gli attori e il testo di Kafka generando un’ansia continua, creando suggestioni che è persino difficile esprimere a parole. Il processo, capolavoro immortale della letteratura novecentesca, rivive così in tutta la terribile e oscura magnificenza del Verbo che si fa accusa, giudizio, condanna, grazie all’ottimo adattamento di Andrea Battistini in scena queste sere al Teatro Vascello, dove rimarrà fino a domenica 15 gennaio. Ed è la prima volta che lo spettacolo approda a Roma, per quanto ne sappiamo, ma dopo aver sedotto diverse platee in giro per l’Italia e aver beneficiato di una genesi quantomeno particolare: l’edizione italiana ha infatti preso forma in seguito a una precedente, fortunatissima esperienza dell’autore con il Teatro Moldavo. Si è quindi verificato un provvidenziale cortocircuito tra le due realtà, tra le due culture, con attori italiani di grande valore come Giovanni Costantino e Raffaella Azim che si sono appassionati al progetto e hanno raggiunto Battistini al Teatrul National Chisinau, dove hanno potuto provare ognuno nella sua lingua (italiano, rumeno e russo) insieme a quei seri e preparatissimi colleghi formatisi, in taluni casi, nelle migliori scuole di teatro russe.

Raffaella Azim e Giovanni Costantino in una scena dello spettacolo

Il risultato di tutto ciò è una messa in scena potente, avvolgente, dichiaratamente ed opportunamente claustrofobica, che schiaccia il protagonista (K., l’imputato, ovvero l’intenso Giovanni Costantino di cui sopra) generando al contempo nel pubblico quelle sinestesie vibranti e ossessive, nelle quali si resta gradualmente intrappolati: contribuiscono a tale effetto le musiche, disturbanti ed ansiogene, come anche le invenzioni scenografiche che accennando al continuo spalancarsi di mondi oscuri (le stanze di una pensione dove si ha sempre la percezione di essere spiati, lo studio dell’avvocato con annessa sala d’attesa, la prigione) nel ridotto spazio scenico. In questo labirinto che metonimicamente evoca la vulnerabilità dell’individuo, le terrificanti insidie della burocrazia e i poteri forti (temi quanto mai attuali), il povero K. è destinato inesorabilmente a perdersi, circondato da figure che, grazie anche ad attori che interpretano ognuno più ruoli, simboleggiano bene la natura camaleontica e piramidale dell’apparato repressivo, frutto di una società borghese altrettanto castrante e severa. Si entra subito “in medias res” con la scena dell’arresto, un tripudio di cappelli e cupi soprabiti, di cui fanno sfoggio le guardie ghignanti. Si susseguono poi gli incontri, da cui emergono figure ricorrenti, tra cui l’ideale femminino incarnato nelle sue diverse accezioni dalla sensuale Raffaella Azim. A brillare, quale corollario di una partecipazione attoriale nel complesso azzeccatissima, è anche l’istrionismo verbale di Flavio Bonacci, particolarmente inquietante nei panni dell’avvocato, e dell’energico Totò Onnis, che avevamo di recente ammirato a fianco di Paolo Sassanelli in Falene, da parte loro una assai convincente apparizione cinematografica; qui sono molto bravi, Bonacci ed Onnis, a sclerotizzare il linguaggio dei rispettivi personaggi introducendo un’ulteriore deformazione grottesca, senz’altro proficua alla rielaborazione del testo. Ed è un testo la cui rivisitazione scenica raggiunge forse l’apice con quel “balletto meccanico”, contestuale all’evocazione del tetro, subdolo ritrattista giudiziario Titorelli, in cui si riflettono alcune delle suggestioni più angoscianti dell’universo kafkiano; un universo che rivela, così, quella poderosa e arcigna matrice mitteleuropea, presente in tutto lo spettacolo ma ancora più forte in una scena che, nel suo ricercato gusto iconografico, sembra condensare le pulsioni più profonde riscontrabili all’epoca nella letteratura ceca o in quella austro-germanica, da Meyrink a Schnitzler, passando ovviamente per l’irripetibile esperienza artistica e umana dello stesso Kafka.         

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