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L’altra verità di Ken Loach

Scritto da on venerdì, 27 Maggio 2011No Comment

Da sempre sulle barricate di un cinema impegnato politicamente e socialmente, Ken Loach sta finendo ora di girare The Angel’s Share, commedia agrodolce con il bravissimo Roger Allam (Tamara Drewe: tradimenti all’inglese, Il vento che accarezza l’erba, V per vendetta ) tra gli interpreti principali. Ma non molti si sono accorti che l’ultima fatica del cineasta britannico, L’altra verità, già da qualche settimana è presente nelle sale italiane, pur senza raccogliere gli stessi consensi che avevano contraddistinto, ad esempio, i precedenti In questo mondo libero (2007) e Il mio amico Eric (2009). Quest’ultimo in particolare aveva saputo mettere d’accordo praticamente tutti, con il suo tono brillante e un Eric Cantona (ex calciatore riciclatosi con un certo stile nel mondo dello spettacolo) in forma strepitosa. Difficile, invece, che si venga subito conquistati da una pellicola aspra, scostante, a tratti persino impacciata nel descrivere i momenti privati dei protagonisti, come L’altra verità (il titolo originale, Route Irish, fa riferimento in realtà alla pericolosissima strada che collega l’aeroporto alla cosiddetta “zona verde” di Baghdad). Eppure, l’altra verità di Ken Loach fa male lo stesso. Fa male e fa riflettere. La riflessione scaturisce anche dal disagio che si prova di fronte a un racconto cinematografico così cupo, amaro, spigoloso, che accarezza gli stereotipi del cinema di genere americano per poi riempirli di contenuti sociali.

Scritto da quel Paul Laverty che collabora con Loach dai tempi del bellissimo La canzone di Carla, il film ruota intorno ad un ex contractor inglese reduce da strapagate missioni in Iraq, per il quale la morte del suo migliore amico Frankie lungo la già citata Route Irish diventa, a causa delle troppe circostanze sospette, una specie di ossessione. L’impressione è sin dall’inizio che la società per cui entrambi gli uomini avevano lavorato nasconda qualcosa di agghiacciante. Fergus, il protagonista (interpretato dal tostissimo e ruvido Mark Womack), inizia così un percorso che oltre a fargli comprendere la natura più profonda dei suoi sentimenti per Rachel (Andrea Lowe), vedova di Frankie, gli permetterà di venire a capo dell’ intrigo orchestrato dalla spregiudicata compagnia allo scopo di nascondere le proprie malefatte; ovvero le reali ragioni della drammatica fine di Frankie, sacrificato per coprire un potenziale scandalo (l’eccidio di civili irakeni che l’uomo avrebbe potuto testimoniare) e permettere così alla compagnia di continuare i propri lucrosissimi affari in Medio Oriente. Ma un duro come Fergus, intuito l’inganno, non se ne starà certo a guardare. Ken Loach finisce così per rimescolare le carte del “revenge movie”, utilizzando l’impalcatura del genere quale strumento dalla forte carica emotiva, idoneo quindi ad amplificare la portata dei crimini commessi dalle milizie (anche private, in questo caso) britanniche e americane in paesi come l’Iraq, o l’Afghanistan. Il marchingegno narrativo predisposto da Loach e Laverty non risulta sempre oliato a dovere, ma lascia comunque il segno, presentandoci un personaggio principale che rimane incastrato (un po’ alla maniera del personaggio di Angela nel precedente In questo mondo libero) in un meccanismo perverso, di cui è in parte vittima e in parte complice. Un meccanismo al quale bisogna però ribellarsi. E la vendetta stessa, il cui gusto catartico viene solo assaporato dallo spettatore, diversamente dai più beceri blockbuster americani non può soddisfare completamente i protagonisti, costretti a confrontarsi col cinismo dei governi e delle strutture economiche attualmente al potere nei paesi occidentali. Da ciò la crudezza del finale, che lascia un velo di malinconia su tutto il racconto.

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