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L’ora nera

Scritto da on venerdì, 3 Febbraio 2012No Comment

Da circa due settimane L’ora nera è calata nei cinema italiani. Probabilmente il sottoscritto avrà qualche difficoltà ad essere del tutto obiettivo, nel valutare un film di fantascienza già molto discusso come questo The Darkest Hour (titolo internazionale di una co-produzione russo-americana), avendo avuto un’opportunità davvero speciale legata alla sua realizzazione: l’opportunità di essere ospitato quattro giorni a Mosca, sul set della 20th Century Fox, così da testimoniare per conto di una nota rivista specializzata certe fasi delle riprese e del “dietro le quinte”. Potrà suonare scontato, ma l’esperienza è stata notevole, avendo propiziato sia la ricognizione guidata di alcune delle fantastiche location scelte per il lungometraggio che le prime operazioni, cui si è assistito praticamente in presa diretta, volte alla trasformazione delle scene d’azione in 3D. Ma cosa ne è stato poi del “prodotto finito”? Ci si è tolti la curiosità andandolo a recuperare direttamente in sala, dove la meraviglia durante la visione si è alternata talvolta a un pizzico di delusione e disappunto, per i segmenti del plot resi in maniera meno incisiva. Diseguale nella sua riuscita, quindi, il filmone infarcito di effetti speciali che l’americano Chris Gorak ha diretto e che il russo di origine kazaka Timur Bekmambetov, impostosi sulla scena internazionale girando sempre a Mosca la trilogia fantasy inaugurata con I guardiani della notte, ha contribuito a produrre. Ma vediamo più in concreto pregi e difetti della pellicola.

L’inizio del film, con l’arrivo a Mosca di alcuni sprovveduti americani finiti in Russia per affari, rasenta quasi lo squallore: sembra di assistere allo “slasher” più trito e ritrito, coi classici ragazzotti yankee presenti in genere negli horror più commerciali pronti anche qui a offrire il loro lato peggiore, attraverso dialoghi piuttosto insulsi e comportamenti tendenti alla supponenza o all’idiozia. Ed è così che persino attori di provata bravura come Emile Hirsch (Into the Wild) e Max Minghella (Agora) appaiono disorientati, incapaci comunque di assicurare maggior spessore ai rispettivi ruoli. Ma The Darkest Hour, pur con le sue venature orrorifiche, è in primo luogo un esempio di science fiction a budget medio-alto che tenta di mettere in scena, con il maggior impatto spettacolare, l’attacco alla Terra e più in particolare alla capitale russa di una misteriosa razza aliena, che si manifesta attraverso letali fasci di luce. Ecco, se la sequenza in cui gli alieni scatenano la loro forza contro l’inerme popolazione moscovita appare un po’ troppo meccanica, nella modalità delle uccisioni, per generare il terrore voluto, la seconda parte del film acquista tutta un’altra tensione. Ci si trova in una Mosca semi-annientata nella quale pochi sopravvissuti, tra cui gli stranieri di cui sopra, si mettono in marcia tra le macerie per raggiungere il punto di raccolta, un sommergibile atomico ancorato sulla Moscova, subendo durante il tragitto altre spietate incursioni dei luminosi alieni. Qui il regista e i comparti tecnici ce l’hanno messa davvero tutta per rendere credibile con scenografie apocalittiche e sequenze dotate di notevole adrenalina, in cui gli sbalzi di energia sono il segnale di pericolo, una fuga attraverso la città che regala diverse sorprese, clonando così lo stile di certi B-movies degli anni ’70-’80. In The Darkest Hour i mezzi sono evidentemente superiori, per cui la grande perizia nell’utilizzo del 3D e una discreta cura nel concepire le scene d’azione avviluppano lo sguardo alle fumanti rovine di Mosca, tenendo vispa l’attenzione fino alla fine.            

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