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Tutta la filosofia di Danny Boyle in 127 ore

Scritto da on giovedì, 17 Marzo 2011No Comment

Quella di Danny Boyle è una carriera sicuramente costellata di grandi successi al botteghino, o in alcuni casi, come in The Beach (2001) di film destinati a un certo risalto mediatico. Il regista inglese non è dunque spaventato dalla natura commerciale di un’opera, anzi riesce a cavalcarla pur mantenendo un’impronta fortemente personale. La sua efficace comunicazione con la macchina da presa, profondamente stilizzata e poetica come in Trainspotting o 28 giorni dopo, certe volte invece cede alla banalità di racconti molti politically correct come nel caso delle commedie Millions e del fortunato The Millionaire, che già dai titoli suggeriscono una certa attenzione più al denaro del box office che alla propria poetica. Fortunatamente invece Boyle è ritornato in sè con 127 ore. Un’operazione assolutamente diversa dall’ultimo film innanzitutto per la scelta di raccontare una storia intimamente piccola: la vicenda realmente accaduta  dell’alpinista statunitense Aron Ralston che rimase intrappolato, letteralmente immobilizzato da un masso, in un’escursione tra le montagne dello Utah per più di cinque giorni, come si deduce dai numeri del titolo, perdendo un braccio per tentare di mettersi in salvo, stremato e disidratato. Diversamente da ciò che si può immaginare, quello che ci racconta Boyle è tutt’altro che statico come il suo sfortunato protagonista, interpretato da uno straordinario James Franco all’ennesima prova di qualità. Boyle tira fuori tutta la sua fascinazione per  la fenomenologia naturale, cercando alla lettera di creare un tramite tra lo spettatore e la materia pulsante che viene filmata: che sia la pietra dura, lo sgretolio della roccia, il freddo, il caldo, l’acqua e la sua mancanza, la presenza degli animali, il ritmo giornaliero dato dall’arrivo e la scomparsa del sole. L’angoscia del protagonista è suggerita oltrechè da quest’attenzione spasmodica verso la natura, da un’altra componente, ovvero quella psichica e spirituale che parte direttamente dalla mente del protagonista. Due intrecci poetici , quello naturistico e spirituale, che Boyle unisce armoniosamente, non senza le venature new age che si notano in molti suoi film, che hanno il vizio o la virtù a seconda dei punti di vista di voler parlare di un uomo come metafora della società attuale, se non dell’umanità intera, come già accadeva nella fuga esotica dal mondo di Di Caprio in The Beach, o nei monologhi di Ewan Mcgregor in Trainspotting, fino alla fantascienza apocalittica e pessimista di 28 giorni dopo e Sunshine. Con 127 ore la sostanza new age di Boyle sembra aver trovato una forte motivazione, tale da non banalizzare affatto la morale per cui si scappa dal mondo progredito per ritrovare se stessi. Ovvio che però la libertà deve essere una conquista, un sacrificio, in qualche modo un’affrancamento anche da se stessi oltrechè dagli altri. Quello a cui assistiamo è fondamentalmente lo spettacolo del turbinio di emozioni, pensieri, fantasmi che si agitano nella testa del nostro alpinista. E se di spettacolo si tratta, la macchina da presa se ne fa carico con un montaggio sincopato che certe volte accresce l’angoscia per un uomo che vede scorrere lentissimamente il suo tempo, in altri momenti invece mitiga la nostra sofferenza o claustrofobia di spettatori portandoci lontano da quella stretta insenatura di roccia. Pur con qualche ridondanza come di chi è illuminato da filosofia zen diciamo occidentalizzata e semplificata, Boyle confeziona un piccolo capolavoro portando forse con più maturità a compimento i temi di cui si è occupato un po’ in tutti i suoi film. Vedremo se in futuro l’autore seguirà questa strada oppure tornerà a battere cassa col romanzesco più edulcorato come piace tanto a Hollywood, che per The millionaire aveva donato ben 8 statuette mentre si è mostrata completamente avara con quest’ultima fatica. 127 ore aveva infatti 6 nominations, tutte andate a vuoto, aggiungiamo noi anche perchè quest’anno la concorrenza era piuttosto agguerrita.

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