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Nel segno di Park Chan-wook

Scritto da on domenica, 1 Maggio 2011No Comment

Facendo le corna, la tredicesima edizione del Far East Film Festival è iniziata nel migliore dei modi possibili. Ma, quando diciamo “fare le corna”, l’espressione andrebbe presa letteralmente, nel senso che il proverbiale gesto di scongiuro è diventato quest’anno l’emblema stesso della manifestazione: lo si è visto nella sigla di presentazione, lo si è ritrovato poi nel materiale distribuito agli accreditati,  in una divertente rielaborazione grafica. Questa pressoché inedita attenzione alla scaramanzia non deve stupire. Il Far East di Udine è in prima fila, tra i festival del Friuli Venezia Giulia che hanno lanciato l’allarme per l’avvilente situazione creatasi, anche nella loro regione, in seguito ai mostruosi tagli alla cultura proposti dall’attuale regime. Nonostante ciò, nonostante le difficoltà dovute a una classe politica incolta e arrogante, quello che rimane uno dei più importanti appuntamenti internazionali con il cinema dell’Estremo Oriente ha saputo reagire bene. Lo ha fatto con ironia, un’ironia collegata peraltro a quelle capacità organizzative di cui si è dato sfoggio sin dalla prima sera: in rapida successione si sono fatti apprezzare un lauto rinfresco, l’intervento di un sassofonista di fama internazionale, le immagini della sigla ufficiale, ed i film, ovviamente.

A dire il vero la prima proiezione della serata ha lasciato soddisfatti a metà: il lungometraggio del cinese Li Weiran, Welcome to Shama Town, è una eccentrica commedia che mette in scena la forsennata caccia al tesoro scatenatasi in un piccolo centro rurale, dove la scoperta del tesoro accumulato qualche decennio prima da un feroce bandito scatena il conflitto tra un sindaco volenteroso, i suoi onesti concittadini ed alcuni malavitosi giunti da fuori. Il crossover di generi, con un prologo western molto pittoresco ed alcune trovate divertenti nella loro demenzialità, sembrerebbe funzionare bene, ma a lungo andare la trama sfilacciata e un umorismo a tratti troppo infantile lasciano l’impressione di una dark comedy solo in parte riuscita. Tutt’altra storia con l’attesissimo cortometraggio proiettato subito dopo. Night Fishing è un bizzarro esperimento partorito dalla mente inquieta di Park Chan-wook, regista coreano di culto al quale la platea dei cinefili italiani sì è presto affezionato; grazie anche a quella “trilogia della vendetta” il cui anello intermedio, Oldboy, ebbe nel 2003 un notevole riscontro di pubblico e di critica. Questo  Night Fishing è un film che in giro per il mondo sta facendo discutere, in particolare per la scelta di utilizzare un iPhone, anzi, otto iPhone a voler essere precisi, per le riprese. Dopo averlo visto possiamo dire che non è tanto la notevole resa di un strumento considerato poco idoneo, a sorprendere, quando piuttosto la funzionalità dei cromatismi esasperati, tendenzialmente stranianti, nei riguardi di un breve racconto cinematografico che pone in primo piano la surrealtà delle situazioni; tutto ciò a partire dallo stralunato intermezzo musicale, passando poi per l’incontro con il soprannaturale di uno sprovveduto pescatore, incontro dai contorni raggelanti, per arrivare infine alla cerimonia in cui il coinvolgimento di una medium svela il senso reale di quanto visto precedentemente. In ciò il corto velatamente orrorifico di Park Chan-wook, col suo radicale capovolgimento di prospettive, appare quasi un The Others di Amenabar in salsa orientale, capace di scuotere in profondità la percezione della realtà filmica da parte degli spettatori.

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