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Shame

Scritto da on giovedì, 9 Febbraio 2012No Comment

Un po’ da sempre i grandi festival, in particolare Cannes e Venezia, tendono ad accentuare l’aura scandalistica di certe pellicole, specialmente quelle che pongono in primo piano la questione sessuale. Sembrerebbe che ciò si sia verificato anche per Shame di Steve McQueen, emerso dalla kermesse veneziana di quest’anno con credenziali più o meno simili: in tal caso la pietra dello scandalo viene a coincidere con le ragguardevoli dimensioni del membro virile che il protagonista Michael Fassbender, di fronte alla macchina da presa, esibisce con grande naturalezza. Ma se è lecito aspettarsi che a ragionare così sia la stampa più frivola, sorprende in negativo che diversi critici e giornalisti esperti abbiano dato prova di analogo disorientamento di fronte ai temi della pellicola, definita di volta in volta superficiale, o addirittura moralista nel descrivere la parabola del protagonista. Niente di più sbagliato. Shame è in realtà il ritratto estremamente moderno, sfaccettato, sincero, psicologicamente attendibile, emotivamente intenso di un uomo in cui lo smodato interesse per il sesso rivela in realtà un quadro esistenziale dalle pieghe assai complesse, esplorate nel corso del film con una sensibilità e una profondità davvero insolite. Tutto ciò non dovrebbe stupire gli addetti ai lavori e i cinefili più attenti: difatti Steve McQueen, londinese di nascita, oltre ad essere validissimo videoartista è l’autore di Hunger, uno dei più penetranti lungometraggi dedicati alla questione nordirlandese, con particolare riferimento alla vicenda di Bobby Sands e degli altri militanti dell’IRA che in un’aspra lotta contro le vessazioni delle autorità britanniche si immolarono, prolungando fino alla morte il loro sciopero della fame, nel tristemente noto carcere di Maze.

Come in Hunger, anche in Shame l’interesse prioritario di Steve McQueen è per i corpi, per gli spasmi muscolari associati agli spasmi di anime sofferenti, con un interesse per la fisicità dell’uomo che sembra persino acquisire, nella complementare ricognizione del desiderio e della frustrazione, un timbro trascendentale. Quel sobrio minimalismo, riscontrabile anche nella fotografia lucida e tagliente di Sean Bobbitt, è una guida che ci trascina senza troppi fronzoli nelle esistenze a rischio di Brandon, attratto dal sesso come lo è una falena dalla luce che potrebbe annientarlo, e di sua sorella Sissy, altra personalità fragile e tormentata. Ad interpretarla una Carey Mulligan (già ammirata in Drive di Nicolas Winding Refn) che, nel corso di una performance musicale quanto mai struggente, sottrae qualsiasi lampo di vitalità alla celebre New York New York di Liza Minnelli, trasformata quasi in un requiem. Requiem che fa venir voglia di piangere, non solo a noi del pubblico, ma anche al fratello Brandon, impersonato da un Michael Fassbender il cui volto per l’occasione viene solcato da una lacrimuccia rivelatrice: attore così immenso, Fassbender, da essersi meritato con questa interpretazione coraggiosa e spregiudicata la Coppa Volpi a Venezia, cui sarebbe doveroso aggiungere un caloroso abbraccio da parte di tutti noi. La ricerca continua e disperata del sesso da parte di Brandon non è la seduzione gioiosa del Bertrand Morane di Truffaut, L’uomo che amava le donne; si apparenta più facilmente a quell’altra, carica di delicate componenti esistenziali, espressa dal personaggio di Richard Gere in American Gigolo di Paul Schrader; oppure alle pulsioni fuori controllo mirabilmente messe in scena dal francese Jean-Hugues Anglade, attraverso una delle figure più interessanti del bel film di Anne Riitta Ciccone, Il prossimo tuo. Ma in un’opera come Shame, dove le origini del profondo disagio esibito dai protagonisti non vengono mai spiegate in modo banale e schematico, dove al contrario regna il “non detto”, figura un altro protagonista d’eccezione accanto a Michael Fassbender e alle tante figure opache, ma incredibilmente umane, del purgatorio metropolitano descritto da McQueen: la città di New York, brillantemente rappresentata tramite un senso di solitudine, soffocamento e claustrofobia sostanzialmente inedito, nel suo propagarsi dai vagoni della metropolitana agli uffici o appartamenti così geometrici e vuoti, dai locali notturni a quei marciapiedi attraversati da Brandon in una corsa notturna che rimarrà nella storia del cinema.          

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